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“Direttiva sciagurata”, così i docenti di UniTo sfidano il Rettore: un’analisi antropologica del nuovo scenario accademico

Di Alessio Bellini

A seguito dell’incontro degli Studenti Contro il Green Pass e del professor Ugo Mattei con il Rettore dell’Università di Torino, Stefano Geuna, l’Ateneo sotto la Mole aveva optato per concedere la possibilità di svolgere esami a distanza anche a coloro che, per qualunque motivo, sono sforniti della tessera verde. Tuttavia, i recenti episodi portano a pensare che la questione del “passaporto” non sia una semplice normativa alla quale l’Università si è, volente o nolente, adeguata, bensì un principio di giustizia profondamente sentito intellettualmente e spiritualmente da molti professori, al quale dedicarsi con zelo e fermezza. Tale fermezza ha portato, in diversi casi, a contravvenire alle stesse indicazioni del Rettore, dimostrando, di fatto, che la messa in atto del Decreto Legge non possa essere letta come una rigidità formale nell’applicazione delle regole, quanto come l’adesione a un senso di elevata moralità. Nella propria disposizione spirituale, il docente non è in grado di divergere dalla cultura del Green Pass, non se la sente di allontanarsi da tale senso di giustizia innata, che va molto al di là del contesto giuridico, ben oltre l’evidenza scientifica: questo strumento è ormai, grazie a una solida pressione mediatica, il recinto in grado di definire il confine tra buoni e cattivi, tra sani e malati, tra giusto e sbagliato. Antropologicamente parlando, il certificato verde si è insinuato negli spiriti, nelle menti e negli stessi corpi, profondendo in essi un senso di nobile piacere, legato all’orgoglio, alla soddisfazione, e perfino alla realizzazione. Il docente che richiede il Green Pass all’entrata differisce di ben poco dallo sceriffo che si reca, porta per porta, a riscuotere le tasse dagli abitanti di Nottingham.

Ebbene, i professori sono lanciati a razzo, inarrestabili: essi richiederanno ai propri studenti di esibire il Green Pass, nulla potrà farli desistere da ciò. Nemmeno una direttiva proveniente dal Rettorato. Nelle prime due settimane dall’attivazione del DL, abbiamo visto come una docente del Corso di Giurisprudenza, sfidando apertamente le disposizioni del Rettore, abbia organizzato una sede di esame da svolgersi esclusivamente in aula. La sorpresa non è terminata quando, con una buona dose di originalità, un docente di Sociologia della Salute ha promesso tre voti in più sulla votazione finale a quanti avessero esibito il Green Pass. L’ultima chicca, però, giunge da un professore di Metodologia della Ricerca Sociale, il quale afferma che non accetterà che chi è sprovvisto di certificato verde sostenga l’esame a distanza, in quanto “basta fare un tampone per ottenerlo”; ma non è tutto, in quanto la dichiarazione con cui il “sociologo” conclude la comunicazione è:

“L’Ateneo ha emanato una direttiva sciagurata con la quale io sono (e con me molti colleghi) in totale disaccordo, in base alla quale è sufficiente dichiarare di non avere il GP per chiedere di sostenere l’esame a distanza.”

Molto bene. Riguardo al fatto che “basta fare un tampone”, sarebbe bello soffermarsi sul termine “basta”. Il costo minimo di un tampone è di 15 euro. Adesso, se chicchessia avesse in programma dieci esami, ne consegue che dovrà spendere 150 euro per conseguire esami, pur avendo già sostenuto il costo delle tasse. Come non vedere la discriminazione? Chi si è vaccinato può accedere agli esami gratuitamente, chi non si è vaccinato deve invece pagare. Ciò che forse sfugge al nostro amico sociologo è che, nel momento in cui si è studenti, iscritti regolarmente a un Corso di Studi, sostenere un esame è un diritto. Se all’esame sono ammessi soltanto coloro che sono muniti di un particolare requisito, in questo caso il GP, allora l’esame diventa un privilegio. La situazione diventa questa: a fronte del pagamento di una tassa, non viene riconosciuto un servizio; un diritto costituzionale come l’istruzione viene ridotto a privilegio riservato a una determinata categoria.

Ma veniamo alla questione della terminologia. Per riferirsi alla “direttiva”, il docente non utilizza espressioni come “ingiusta, sbagliata” o al limite “tendenziosa”; la sua scelta lessicale verte, invece, su “sciagurata“, che da Vocabolario Treccani, considerato il linguaggio figurato intrapreso dall’autore del messaggio, significa “malvagia, scellerata“. Pertanto, il docente scavalca a pie’ pari il valore giuridico e sanitario della direttiva, gettandosi furiosamente sull’aspetto morale di essa; non si tratta più di una questione organizzativa, o di didattica, ormai è una questione di principio, di lealtà: opporsi al Green Pass significa operare in modo sciagurato, malvagio, scellerato.

In ultima analisi, sembra che il popolo universitario abbia deviato il significato del Green Pass da quello dichiarato, ossia la presunta sicurezza che tale strumento è in grado di garantire, a un nuovo senso, di tipo simil-religioso, basato sul dogma e sull’accettazione incondizionata. Aderire o non aderire al DL del certificato verde non è una questione legale o sanitaria, e non è nemmeno più una faccenda politica: si tratta ormai dell’integrità della persona.

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