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Il quel posto dove non si ha paura

Mi dispiace, ma devo dissentire.
Anche se non sono una virologa e ho solo ventidue anni, in effetti, non riesco a trovarmi d’accordo. Forse proprio per questo: perchè non sono una virologa e ho solo ventidue anni. Per deformazione – o formazione – sono abituata a sapere che la verità, se mai esiste, è un fluido divenire di idee, un processo cumulativo di esperienza, un’esperienza spesso fallibile. In effetti, a noi occidentali dell’era digitale, manca la lucidità di constatare che siamo fallibili, mortali. Ci scopro sempre più spesso occupati a trovare le prove delle nostre verità fittizie, mai interessati a capire cosa ci accade veramente, né il perché. È l’attitudine a darsi risposte, anche senza troppe domande, l’automatismo di una civiltà che non sa come si entra in crisi.
In questo atteggiamento un po’ spavaldo che secoli di storia ci hanno messo addosso, ora, in questo strano secolo che quasi nessuno riesce ancora a comprendere, stiamo fallendo. Falliamo e non accettiamo questo fallimento, perché siamo vecchi, tutti, anche noi ragazzi e, arroccati nell’orgoglio dei nostri passati trionfi, abbiamo perso flessibilità, la stessa che aveva permesso, a suo tempo, quei trionfi. Per questo abbiamo paura, talmente tanta da porla come baluardo delle nostre battaglie, nuova virtù da coltivare in casa, come una volta si poteva fare col coraggio e la solidarietà, quella vera intendo. Perché chiudersi in casa per un anno senza vedere nessuno non è solidarietà per definizione. La videochiamata non è un abbraccio, la stretta di mano, calda, forte, rassicurante, non è un cuore su whatsapp. E se pensate che questa sia la vecchia, noiosa retorica di chi non vuole accettare la realtà, chiedetevi se state bene e, senza doverlo dire ad alta voce, datevi una risposta sincera.
Se pensate che passerà, che si tratti solo di aspettare che la gente smetta di morire – o che smettano di dirvelo, quanto meno, esattamente com’era prima – provate allora ad immaginare un dopo, se ancora ci è possibile farlo. Chiudiamo tutti insieme gli occhi e proviamo ad immaginare questo nuovo mondo sano, forte, che non conta i morti e non mette mascherine, che non ha paura dell’altro e gli stringe la mano senza pensarci due volte, che si accalca nelle strade e non sussulta al primo starnuto. Riuscite a vederlo? Io no. Io vedo solo mascherine. Sempre. Disinfettante e prenotazioni per entrare, per accedere, per mangiare, per studiare, videolezioni e liste d’attesa, cellulari, Instragram e depressione, quella che nessuno sa perché nessuno si parla, proprio come adesso; e poi ancora ansia, isolamento, quarantene intermittenti e morte che senti al telegiornale e che non vedi, avverti che incombe e quindi nel dubbio rimani in casa, quasi ad aspettarla per non essere colto di sorpresa.
Se invece mi sforzo un altro po’ e rilasso il viso, vedo centinaia di ragazzi per le strade, dove la paura non è un valore, ma un’inclinazione da combattere. E in quelle strade ci si tiene per mano per avere meno paura del Covid, del cancro, della sclerosi multipla, dell’incidente d’auto. In quelle strade si sta vicini e ci si scambia sorrisi perché li si può vedere, perché sono tutti scesi a contagiarsi della vita che avevano perso e semplicemente hanno accettato il rischio, perché è così che in passato si è sempre trionfato: accettando il rischio. E si cercano le cure migliori, si assistono i malati, ognuno fa la sua parte, dal medico al filosofo, dal virologo allo psicologo infantile, tutti insieme, in sinergia. Perché in quel posto che io adesso immagino, la vicinanza è il vero valore e la collettività si cerca e si trova nelle piazze, poi torna ad assistere i malati e non li lascia mai morire da soli. In quel posto che vedo sotto le palpebre è vietato morire da soli, ad ogni costo, a qualunque rischio, perché la morte è inevitabile, la solitudine no. Per questo in quel posto non si ha paura.
Alessia Giulimondi

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