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Vaccini, continua la discriminazione: studenti insultati da un’insegnante nel cuneese

Di Alessio Bellini

La discriminazione nei confronti di coloro che non sono stati vaccinati si allarga dall’Università al liceo, luogo di istruzione e di educazione, per accedere al quale il Green Pass non è attualmente richiesto. Almeno, non formalmente. Infatti, gli studenti superiori secondari che hanno scelto di non sottoporsi alla somministrazione del vaccino anti-covid, ricevono talvolta un trattamento diverso da coloro che invece hanno assunto la decisione opposta. Questo è il caso di una ragazza originaria della Provincia di Cuneo, la quale si è vista rivolgere gravi dichiarazioni da parte della propria docente di inglese.

La professoressa è entrata in classe e ha chiesto di alzare la mano a coloro che sono vaccinati“, racconta la studentessa, quattordici anni, “solo io e tre mie compagni l’abbiamo tenuta bassa.”

Già l’insegnante si prende una libertà che non le spetta: domandare ai propri studenti informazioni riservate, giuridicamente sensibili, e particolarmente delicate considerato l’attuale periodo storico, azione che non ha il diritto di intraprendere. Ma che intraprende, probabilmente approfittando della giovane età e dell’insicurezza dei suoi studenti. Non contenta dell’azione illegittima, la professoressa ha aggredito verbalmente i quattro malcapitati.

“Ha iniziato a dire che noi siamo gli stessi che si lamentano di non poter entrare in bar, ristoranti, musei e biblioteche; che abbiamo diritti ma anche doveri“. Verissimo: peccato, però, che nessuna legge istituisca questa vaccinazione come dovere, mentre diverse leggi costituzionali affermano la libertà di circolazione e di partecipazione. “Ci ha chiamati degli egoisti, ignoranti, incivili, ha detto che a casa ci raccontano delle frottole“, conclude la quattordicenne.

Probabilmente, in nessun altro periodo storico una docente si sarebbe potuta permettere di esprimere considerazioni tanto esplicite e offensive nei confronti degli alunni e dei loro genitori; da un certo punto di vista, la scuola secondaria di secondo grado rimane una palestra di socializzazione secondaria, e pertanto gli insegnanti, seppur in misura minore rispetto alle scuole di livello inferiore, mantengono un importante ruolo di agente pedagogico. In quanto questo, la bocca della professoressa, in diversi casi, rimane per gli studenti l’unica a poter proclamare la divisione tra il giusto e lo sbagliato, tra il vero e il falso; l’esempio negativo esposto da un’insegnante, si trasforma in esempio negativo da cui discostarsi a ogni condizione, per non essere dalla parte del torto, per essere “giusti”. La scuola è, nella propria costituzione, promotrice di educazione, scienza, cultura; chi si discosta dai valori che la scuola propugna, viene conseguentemente etichettato come ignorante, incivile, oscurantista. Il fatto che la docente in questione si senta libera di etichettare in siffatto modo i propri alunni, senza inibizione e senza timore delle conseguenze, è sintomo del fatto che questa cultura del pensiero unico si sia sovrapposta armoniosamente alla lista di valori positivi che la scuola deve instillare nei propri discenti: il posto di chi non si vaccina è accanto a chi copia, chi fuma in classe, chi rompe i vetri delle finestre, con l’unica differenza che lo “studente No Vax” è considerato pericoloso anche per gli altri. Va isolato, abbandonato, non ha speranze.

Da un punto di vista antropologico, è piuttosto evidente l’impostazione mentale del docente in relazione alle proprie responsabilità: chi insegna, si fa promotore di una cultura del falso “politicamente corretto”; falso perché, secondo una strana sorta di paradosso popperiano, chi non si adegua alla consuetudine del rispetto e dell’inclusività, è il primo a essere escluso e non rispettato. La scuola, da questo punto di vista, offre una logica ineccepibile nel suo contenuto, ma incoerente a livello applicativo. Noi proponiamo, al contrario, che nelle scuole si attivino dibattiti a cui qualunque studentessa e studente possa prendere parte, al di fuori di ogni preconcetto e stigma, in cui alunni e insegnanti per primi siano disposti a mettere in discussione le proprie idee e anzi, migliorarle grazie al confronto con il diverso. Solo in questo modo, potrà tornare tra i banchi quella vera scienza, fatta di tentativi, di errori, e di nuovi tentativi, ma soprattutto fatta di una pluralità di idee e del loro rispetto.

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