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A che servono alle mandrie i doni della libertà?

25 Settembre 2021. Intervento di Maria Desideria, Studenti contro il green pass Venezia

“Sacer esto” (sii maledetto): questo l’anatema che veniva scagliato dai romani a chi era reo
di aver infranto la loro beneamata pax deorum.
Come sempre sono i classici a insegnarci come possa la teoresi trovare riscontro nella prassi.
Colui che portava con sé la sacertà diveniva a tutti gli effetti un reietto, qualcuno a cui era
concesso di espletare le proprie funzioni vitali, di condurre la propria esistenza, ma non di
partecipare a quel tessuto sociale che era considerato il compimento dell’uomo nella sua
componente superiore, nella sua anima razionale. L’homo sacer non era più animale politico, ma
solo animale, che si poteva pertanto uccidere impunemente.
È chiaro, dunque, che i romani possedevano la consapevolezza di essere anche altro al di là delle
proprie funzioni biologiche, della propria grama esistenza.
Potrebbe sembrare scontato, a leggerlo su un foglio o a pronunciarlo qui in questa piazza, ma
scontato non è: è proprio nella negazione di questa consapevolezza, infatti, che si annida il
problema di fondo dell’odierno stato di cose.
Oggi non sappiamo accettare l’idea della morte, perché ci siamo impegnati fin troppo a
contrastarla. Siamo noi, i singoli individui, a essere additati come la causa della morte di un
ammalato, come se non si trattasse di una fatalità naturale che preesiste e prescinde da noi.
Siamo talmente attaccati all’esistenza, da essere pronti a barattarla per la vita, per la nostra
dignità di individui. Tutto si può sopportare, ma non l’idea della morte.
Su questo terreno – è il caso di dire – infertile si è sviluppato, negli ultimi due anni, un sentimento
diffuso di terrore, che porta i più a sacrificare senza colpo ferire la dignità dei propri simili, dei
propri concittadini.
Il concetto di autodeterminazione, che si fonda su quello della dignità ed è così ripetuto negli
ultimi anni e negli ultimi giorni per battaglie come l’aborto e l’eutanasia, viene volontariamente
ignorato, in nome della paura.
Ci siamo ridotti, in questo modo, a quella che Agamben giustamente chiama la “nuda vita”: “una
vita né sana né malata, che, come tale, in quanto potenzialmente patogena, può essere privata
delle sue libertà e assoggettata a divieti e controlli di ogni specie.”
Ognuno di noi, allora, è chiamato a scegliere quale strada percorrere al bivio: la nuda vita, o la
giustizia, che è di per se stessa bene comune.
I più, come è evidente, preferiscono la nuda vita, e solo pochi hanno l’integrità necessaria a
sobbarcarsi l’immensa fatica che è divenuto esercitare la giustizia.
Nell’imboccare quest’ultima, accidentata strada, il mio stato d’animo di studentessa è mutato,
evolvendosi.
Se in una prima fase la prospettiva di abbandonare la quotidianità cui ero abituata, il terreno su
cui poggiavano i miei progetti per il futuro, mi rattristava, ora non è più così. Mi rendo conto che la
società che abbandono – intendo dire l’università – è una società in cui non vale la pena di restare,
perché popolata soltanto di “nude vite”, di uomini che hanno barattato la parte migliore di sé per
la parte peggiore. È una società sterile, che pur pavoneggiandosi dei suoi titoli accademici, non ha
più alcunché di vitale da offrire.
Non posso, dunque, provare rabbia o tristezza per averla abbandonata; provo semmai una certa
nostalgia per i tempi in cui tutto questo non era ancora chiaro, e nella società avevo fiducia.
La mia rabbia monta per una ragione diversa: mi derubano le materie prime del sapere.
Biblioteche, musei, concerti – dove non ci sono intermediari tra il valore intrinseco dell’oggetto e il
suo spettatore – sono aperti soltanto a coloro che hanno scelto di sottostare alle nuove norme
spersonalizzanti, a chi ha scelto la nuda vita. A chi ha scelto l’altra via, quella della giustizia, non
resta nulla.
È questa, per quanto mi riguarda, la manifestazione più cattiva della certificazione verde, il
sottrarre questi beni vitali a chi se ne nutre, per assicurarli soltanto a chi, in fondo, non ne ha alcun
bisogno.
Scriveva Puškin:
Solitario seminatore di libertà,
Sono uscito presto, prima della stella;
Con mano pura e innocente
Nei solchi divenuti servi
Ho gettato un seme vivificatore –
Ma ho solo perduto il mio tempo,
I buoni pensieri e la fatica…
Pascolate, pacifici popoli!
Non vi risveglierà il grido dell’onore.
A che servono alle mandrie i doni della libertà?
Bisogna solo accoltellarle o tosarle.
La loro eredità di stirpe in stirpe
È il giogo con i sonagli e la frusta.

3 commenti su “A che servono alle mandrie i doni della libertà?”

  1. Straordinaria sintesi, in poche pagine c’è tutta la miseria di oggi e la voglia di vita e riscatto. C’è molto altro, compresa la paura della morte, rimossa sugli altri. grazie per profondità e luce alberto

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