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La scuola del dissenso

Ancona, 15 Ottobre 2021.

Ciao a tutti. Io sono Gloria, sono una fotografa e studentessa del biennio di specializzazione in fotografia per la comunicazione pubblicitaria e moda dell’Accademia di Belle arti di Macerata.
Sono qui in rappresentanza delle Accademie di Belle Arti.
Ieri notte, a conclusione della giornata di manifestazioni che ha visto un’enorme partecipazione su tutto il territorio nazionale, abbiamo pubblicato sulla Rubrica “La voce degli studenti” questo pezzo di Filippo Adussi:


“Dappertutto, dalle scuole alle fabbriche, dalle università alle aziende, nelle piazze di tutto il Paese s’è riunita una folla dissidente, manifestante il proprio diritto fondamentale, quello che nessun potere politico può concedere e quindi nemmeno revocare: il diritto ad esistere, ovvero a resistere, come l’esperienza dei portuali di Trieste ci sta insegnando in queste stesse ore. Noi studenti, in quanto forza-lavoro in via di formazione, non dobbiamo pensare di essere meno direttamente chiamati in causa dai provvedimenti che il governo ha preso oggi: questa lotta ci riguarda in prima persona, perché non è solamente una lotta per il diritto ad avere un lavoro rispettoso della dignità umana, ma anche perché si tratta di una lotta per la tenuta democratica di questo Paese, per la re-esistenza della possibilità reale di un futuro diverso, progettato secondo valori davvero alternativi a quelli che la morale stanca di questi padroni ci propina ormai quotidianamente, da ben prima della cosiddetta “pandemia”.


A queste parole di Filippo, aggiungo che ci viene chiesto spesso perché i giovani non sono spaventati da quello che sta succedendo nel nostro paese e perché sono pervasi da tanta passività. La verità è che siamo una società che se da un lato ha spazzato via il pensiero critico e la capacità di esercizio del dubbio, coltivando l’ignoranza, allo stesso tempo ha fatto leva sull’ego. Le due cose sono facce della stessa medaglia. La scuola infonde nei propri alunni, fin da piccolissimi, il bisogno di sentirsi più bravi e più efficienti degli altri, configurandosi come il luogo della competizione per eccellenza, il posto dove impari a diffidare degli altri, a badare a te stesso e basta, a considerare il prossimo un nemico, un pericolo o comunque un ostacolo che devi superare per essere il migliore. A nessuno viene insegnato che per essere bravo, per
avvicinarti alla conoscenza, è necessario coltivare la passione, l’umiltà, l’ ascolto. Oggi un ragazzino va a scuola e invece di crescere nella gioia di scoprire le cose della terra e del mondo, la prima cosa che gli viene insegnata è di essere concorrente del suo vicino e che deve farlo fuori per essere il primo della classe. Ed è su questo desiderio di superiorità intellettuale, morale, e materiale che fa leva la propaganda a cui stiamo assistendo a reti unificate. Per questo abbiamo tanto da imparare dalla protesta portata avanti dai portuali di Trieste ed è per questo che il loro gesto è rivoluzionario: l’individualismo sfrenato di questa società egoica viene spazzato via dalla solidarietà che il lavoro, posto a fondamento della nostra Costituzione, richiede a tutti i cittadini.

Questi lavoratori non sono stati toccati dagli inganni della propaganda unilaterale, per la quale finché sei diligente e ti comporti in modo funzionale alla narrazione, lo Stato non fa altro che ricompensarti (per esempio donandoti la possibilità esclusiva di andare a teatro, al cinema, nei musei, al ristorante al coperto, lasciandoti la possibilità di lavorare, di studiare e di viaggiare) ma soprattutto inondandoti di belle parole, di approvazione sociale, facendoti sentire parte di una comunità di prima classe basata non tanto sull’appartenenza ad un ceto, bensì sull’adesione ad un unico pensiero politico, facendoti credere che non esista alternativa e che la scienza sia unica, che non esista un dibattito, e al contempo elevandoti rispetto al resto della popolazione dissidente, che viene schernita, disprezzata, paragonata a sorci a cui deve essere preclusa la vita che tu hai diritto di vivere. Questa minoranza deve continuare a fare una vita in
lockdown, senza possibilità di lavorare e di prendere parte alla vita sociale. Chi cede a questo inganno vive benissimo e in pace con la propria coscienza, quasi in uno stato idilliaco rispetto a quanto gli era stato tolto precedentemente. E mentre queste persone vengono elevate a salvatrici della comunità, viene lasciato loro un capro espiatorio contro cui prendersela rispetto ad ogni male, su cui riversare tutte le frustrazioni che hanno accumulato in questi lunghi mesi. Tutto questo è tale finché non hanno un problema, ed è lì che si rivela il vero volto della propaganda. Ad esempio si ammalano di covid e improvvisamente vengono abbandonate dallo Stato, vengono lasciate in casa da sole, ad attendere che l’infezione peggiori, senza poter fare nulla, né per loro stessi né per i loro cari. Oppure hanno un problema post vaccinazione o uno dei loro cari sviluppa dei sintomi o accusa un “malore improvviso” post vaccinazione, allora
non esiste alcuna correlazione, non esiste più né scienza né assistenza. Oppure hanno un problema sul luogo di lavoro e lo Stato, i sindacati e tutto l’apparato di assistenza si volta dall’altra parte, allora non esiste più quella ricompensa e quell’idillio sociale che li ha spinti a fare il proprio dovere, bensì la vera faccia del Leviatano, la verità della follia antiscientifica, antidemocratica e disumana in cui siamo finiti e che ci riguarda tutti.

La grande folla che si è unita in tutto il paese a manifestare dissenso non ha ceduto a questo inganno. Le piazze che oggi si oppongono a tutto questo si sono rese conto del colpo di Stato alla Costituzione, della corruzione interna alle nostre istituzioni e della morte dello Stato di diritto e della tutela della salute del cittadino che ne conseguono. Non si erano mai viste misure cosi discriminatorie nella storia del nostro paese, senza neanche il fondamento scientifico né giuridico che le giustifichi.

Allora, visto che nulla le farà vacillare ed aprire gli occhi rispetto a questa dolce illusione in cui sono finite, mi auguro solo una cosa che mai mi sarei immaginata di augurare alle persone: che la maggioranza sia toccata dalla faccia spietata del Leviatano, che possa realizzare la presa in giro, che quindi possa riconciliarsi con le persone che magari hanno fatto una scelta diversa dalla loro o non la pensano come loro.


Da fotografa e studentessa di Accademia, ci tengo a sottolineare che veniamo da un anno e mezzo in cui il mondo dell’arte e della cultura ha subito i danni ingenti delle chiusure indiscriminate legate ai lockdown senza alcun tipo di tutela né preoccupazione per i lavoratori del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo, né per i docenti né per noi studenti per cui i musei sono fondamentali strumenti di crescita personale e culturale. Questa indiscriminata
mancanza di considerazione del settore ha portato ad una gravissima perdita economica per quanto riguarda gli eventi culturali e le piccole realtà museali che non hanno avuto la possibilità di riaprire proprio perché impossibilitate a livello economico di far fronte ai costi delle riaperture. Il Green pass si inserisce quindi in questo scenario di difficoltà già precario, con carenza di organico. Si mette ulteriore pressione a questi luoghi che su tutto il territorio nazionale, appaiono estremamente differenti rispetto a quelli mostrati nelle campagne
pubblicitarie in occasione del G20. Spesso la realtà che caratterizza queste strutture è quella di siti archeologici in stato di abbandono, musei mezzi chiusi, biblioteche e archivi senza personale. Oltretutto, musei, monumenti e parchi archeologici, sono tra i luoghi più sicuri del paese: fortemente contingentati e soggetti a severi controlli e restrizioni, nei quali si entra solo previo controllo della temperatura e indossando la mascherina. Molti dei siti più famosi e visitati
d’Italia sono all’aperto: Colosseo, Foro Romano e Palatino, Ostia Antica, Pompei (gran parte delle domus sono prive di copertura), Paestum, Agrigento e tanti altri. Interessante constatare, in questo scenario, che esistono realtà come quella del Donbas, citata nel lavoro del fotoreporter Giorgio Bianchi nel suo libro Teatri di guerra contemporanei, in cui la vita e la morte distano pochi metri di distanza. Il caso del Teatro dell’Opera di Donetsk è l’esempio lampante di queste realtà parallele a stretto contatto fra loro in cui Nonostante le bombe, i blackout, le defezioni degli artisti e delle maestranze il Teatro ha continuato a funzionare facendo sempre il pieno di spettatori” perché il teatro è “balsamo dell’anima” , l’arte ha un valore sociale immenso e fondamentale per l’essere umano.

Ricordo con affetto le prime domeniche del mese a Firenze, dove ho studiato per la triennale, in cui potevo andare gratis al museo. Erano momenti che attendevo con grande entusiasmo. Non sono mai stata così ricca da potermi permettere di visitare i musei ogni volta che avrei voluto, per cui attendevo sempre queste occasioni per tornarci e potermi soffermare in certe stanze e
davanti a certe opere. Per gli amanti della bellezza e del mistero che viene custodito in questi luoghi, niente è più affascinante e più prezioso del ritrovarsi in contemplazione di una sapienza custodita con grande cura per poter essere contemplata. Ritrovarsi fisicamente di fronte a delle opere d’arte che hanno attraversato secoli e stratificato interpretazioni, non è solo una esperienza di studio, ma una necessità profonda di connessione con una radice esistenziale
che ritengo essere una delle esperienze più importanti nella vita di un artista che chiede di poter vivere e tenere vivo in sé stesso il valore intellettuale e spirituale della contemplazione estetica. Delle glorie, del pensiero, del genio degli artisti che hanno costituito la cultura del nostro paese, rimangono frammenti sparsi, ignorati dai più, spesso in stato di abbandono. Siamo circondati di bellezza di un valore inestimabile eppure non riusciamo a valorizzarla, a riconoscerla, a specchiarci in essa, a trovare risposte alla nostra disperazione. Le macerie morali di questo mondo giacciono in noi stessi, nella nostra educazione all’indifferenza. È paradossale che questa indifferenza abbia preso piede in un paese come l’Italia, cosi ricco di bellezza e mistero, ma è una realtà che non possiamo non ammettere e a cui cerco, con tutto il mio essere, di oppormi.
Per questo ci tengo a nome tutto il movimento ad esprimere tutta la più profonda solidarietà al Presidente Fabrizio Masucci, dimessosi dalla dirigenza del Museo Cappella Sansevero di Napoli. Bellissime le sue parole nella lettera pubblica: “ Ci sarebbero anzi le condizioni propizie per fare dei musei un sicuro “spazio neutro” in cui le persone, circondate dalla bellezza, possano
ricominciare a conoscersi e riconoscersi, senza etichettarsi reciprocamente”
.
Esprimiamo stima e condivisione anche per le parole della Direttrice Maria Gabriella Capizzi, del museo privato “Archimede e Leonardo” di Siracusa la quale sostiene che “I musei sono luoghi di inclusione e non di discriminazione”.
Vale la pena anche di citare artisti che hanno fatto la scelta coraggiosa di annullare le proprie mostre, com’è il caso dell’artista Massimiliano Alioto, così come altri del mondo dello spettacolo come il musicista pesarese Mario Mariani, Richard Ashcroft, l’ex leader dei Verve, Eric Clapton, Ruggeri, nonché la scena del Rap Marsigliese, che si sono rifiutati di esibirsi ad un concerto in cui era richiesto il green pass.


Concludo lanciando un appello ai giornalisti che parleranno di queste piazze.
Cari giornali, che vi piaccia o no gli italiani non sono tutti stupidi. Non avete ancora ucciso quella vera umanità che conserviamo cara in noi e che grida vittoria in ogni luogo. Non ci avete confuso con le vostre parole corrotte. La conoscete la rabbia di chiunque voglia mettere di nuovo l’uomo contro l’uomo?
È la rabbia dei partigiani, la stessa rabbia che scorre nelle vene di chi oggi vi si oppone con tutte le proprie forze.

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