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Le strategie della tensione


Condividiamo il testo dell’intervento con il quale abbiamo introdotto l’iniziativa con Claudia Pinelli, Luca Daino e Claudia Cipriani per ricordare la strage di piazza Fontana e la successiva morte di Giuseppe Pinelli attraverso la proiezione di “Pino. Vita accidentale di un anarchico” di Claudia Cipriani.


Considerazioni sul contesto storico di Piazza Fontana

Il 12 dicembre 1969, 52 anni fa, è esplosa una bomba in piazza Fontana che ha provocato 17 morti e 88 feriti. Nella stessa giornata sono stati posizionati altri 4 ordigni, 3 a Roma e uno inesploso in piazza della Scala a Milano. Le prime indagini della polizia sono state indirizzate contro gli anarchici e hanno portato all’arresto di Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Pinelli è stato ammazzato nei locali della questura di Milano il 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la strage. Il travagliato iter giudiziario (per usare un eufemismo) è giunto nel 2005 ad individuare gli esecutori materiali della strage nel gruppo neofascista padovano dell’Ordine Nuovo, tuttavia senza arrivare a condannare Franco Freda e Giovanni Ventura, perché assolti in un precedente processo. Tutt’oggi non si sa chi materialmente ha posizionato l’ordigno. Aldilà degli esecutori materiali, sono emersi nel corso degli anni le responsabilità dello stato e i contatti tra Ordine Nuovo e servizi segreti italiani. Questi fatti si inseriscono in un contesto storico e sociale ben preciso. Alla fine degli anni ‘60 c’era un forte movimento generazionale giovanile, il 1968, del quale l’episodio iniziale è stata l’occupazione della Cattolica del 1967. Ad esso si era saldato un forte movimento operaio, infatti si parla comunemente di ‘68 studentesco e di ‘69 operaio. Le lotte operaie erano riuscite ad ottenere l’importante Statuto dei Lavoratori (1970). In Italia c’era dunque un forte movimento, uno radicale scontro di classe in atto: per contrastarlo lo stato ha messo in campo la cosiddetta “strategia della tensione”, di cui la strage di piazza Fontana è indicata come inizio.


Che cos’è la strategia della tensione?


È una “strategia eversiva basata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici, volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario.” Gli atti terroristici realizzati con la complicità dello stato sono le stragi avvenute tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘80: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, strage della stazione di Bologna solo per citarne alcune tra le più note. Per quanto riguarda le “svolte di tipo autoritario” pensiamo, solo per rimanere tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, al ruolo giocato dall’organizzazione Gladio e al Golpe Borghese.


Le strategie della tensione

La “tensione” è sempre stato un modo di governare nei momenti di crisi da parte dello stato, infatti sarebbe forse più corretto parlare di “strategie della tensione”, usando il plurale. A tale disegno si unisce generalmente la creazione di uno stato d’eccezione più o meno temporaneo, la richiesta di più poteri in capo all’esecutivo, la creazione di un capro espiatorio/nemico comune per “unificare” la nazione nel nome dell’ordine e della sicurezza. Pensiamo nel corso della storia d’Italia a vari momenti, anche molto differenti a seconda dei diversi contesti sociali e politici, ma che sono stati caratterizzati dalla diffusione di tensione, finanche di vero e proprio terrore nella popolazione, come strumento di governo.
Andando un po’ indietro nel tempo pensiamo alla legge Pica, anche detta “legge per la repressione del brigantaggio”, contro il briganti, varata nel 1863, appena due anni dopo l’Unità d’Italia, e in vigore fino a tutto il 1865 per le regioni del Sud Italia.
Essa è stata la prima legge che ha istituito il “domicilio coatto”, poi usato abbondantemente anche contro i socialisti, gli anarchici e contro chiunque protestava contro lo stato. La legge Pica ha inoltre previsto la cessione della giurisdizione ai tribunali militari, sottraendola a quelli civili. Furono creati dei “Consigli inquisitori” incaricati di elaborare “liste di sospetti” totalmente discrezionali, in base alla presenza nelle quali una persona poteva essere fucilata. L’obiettivo dichiarato era quello di creare terrore nella popolazione. Fu varato anche il blocco della transumanza per colpire il mondo contadino e pastorale ritenuto vicino ai briganti. Furono realizzate occupazioni militari di interi paesi, rappresaglie contro i villaggi e contro parenti di sospetti briganti oltre a migliaia di deportazioni e di fucilazioni sommarie.
Un altra “emergenza” nel nome della quale sono state create diverse “strategie della tensione” nel corso della storia dello stato italiano è stata la mafia. Esempio emblematico è la Sicilia durante il fascismo per opera del prefetto Cesare Mori. La Sicilia è stata governata dal 1924 al 1929 con la tensione: è stato instaurato un forte timore nella popolazione promuovendo la delazione ad ogni livello, uccidendo e condannando civili, cingendo d’assedio interi paesi. Il tutto preparato da un’ampia campagna di stampa. Mafia che alla fine il fascismo non sarebbe riuscito a debellare e con cui sarebbe sceso a compromessi. Restando sul tema pensiamo anche alle più recenti “legislazioni speciali antimafia” e a tutto ciò che hanno comportato.
Spostandoci nell’Italia del dopoguerra pensiamo alla “Prima repubblica”. Che cos’è stata essa se non una “lunga strategia della tensione” con picchi “alti” e momenti “più bassi”, dove servizi segreti, esponenti dell’esercito americano e partiti politici erano pronti ad un colpo di stato militare in caso di una vittoria elettorale o politica del Partito Comunista Italiano?
Guardiamo alla strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, avvenuta dopo la vittoria
elettorale del Fronte Popolare in Sicilia e in un contesto in cui i contadini manifestavano per chiedere la terra. I mafiosi di Salvatore Giuliano, collusi con lo stato, sparano sugli scioperanti, lasciando a terra 14 cadaveri.
Un esempio emblematico della “lunga strategia della tensione” è il carteggio tra Indro Montanelli e l’ambasciatrice americana in Italia Clara Luce degli anni ‘50. Abbiamo qui rappresentato un quadro ricorrente: il pensiero degli intellettuali della destra conservatrice, il ruolo giocato dalle forze neofasciste e l’ingerenza del governo americano.
Scrive Montanelli nel giugno del 1954: “Di fronte a questa realtà, mi trovo in questo dilemma:
difendere la democrazia fino ad accettare, per essa la morte dell’Italia o difendere l’Italia fino ad
accettare, od affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta…”
Poi prosegue ricordando che la premessa fondamentale per contrastare il comunismo è quella di creare un blocco di potere attorno a Confindustria. Poi la strategia di governo dovrebbe muoversi secondo due modalità:
1) Sul lungo periodo attraverso riforme che migliorino le condizioni della popolazione per togliere
consensi al Partito comunista
2) Nel breve periodo con un colpo di stato
Quest’ultima era la strategia da usare nel contesto degli anni ‘50, perché il pericolo di una vittoria comunista era imminente.
Dopo aver ricordato che, di fronte ad una vittoria del Fronte Popolare, “qualunque uomo, anche non democristiano, si sarebbe arreso per totale impossibilità di un colpo di stato” perché “In tutto il paese non c’era una forza in grado di appoggiare l’azione di un uomo risoluto” Montanelli affermava senza remore che andava creata quella “forza” golpista, con un chiaro riferimento ai fascisti e alla marcia su Roma: “Quale? Non si può sbagliare guardando alla storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’unica nostra fortuna, bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, un’organizzazione terroristica e segreta e un capo.”
Citiamo brevemente l’allarme terrorismo più volte sbandierato nel corso della storia del nostro paese e tutti i provvedimenti che ha “causato”: la legislazione degli anni ‘70, le carceri speciali, la
giustificazione di torture ai prigionieri. Per arrivare ai tempi più recenti, dove l’allarme terrorismo è servito a diffondere paura tra la popolazione e a giustificare guerre imperialiste.
Infine facciamo un ultimo rifermento al tema dell’immigrazione e alla legislazione speciale usata per “combatterla”. Essa, oltre ad diffondere una generalizzata paura del diverso, ha creato i Cpr/Cie, vere e proprie carceri dove finiscono persone senza che abbiano compiuto nessun reato e che sono luoghi dove avvengono soprusi quotidiani e omicidi e suicidi di stato.


Oggi


E oggi? Compito nostro deve essere quello di attualizzare gli insegnamenti della storia e della vicenda di Piazza Fontana. La situazione odierna di crisi economica e di licenziamenti accelerati dalla pandemia è caratterizzata da un forte scontro sociale. C’è una certa tensione nell’aria… o almeno noi la respiriamo. Abbiamo visto molte lotte per difendere i posti di lavoro, come quella della Gkn di Firenze, che sosteniamo. Abbiamo assistito allo sviluppo del movimento No green pass, nato per contrastare una misura politica e di controllo sociale, che non ha nulla di sanitario. E abbiamo assistito alla creazione di un capro espiatorio il “no-vax” (o “no green pass” quando va bene), l’utilizzo esasperato della dicotomia “no vax vs si vax” con lo scopo di dividere le masse, di creare una vera e propria balcanizzazione sociale, la martellante denigrazione mediatica delle piazze, l’uso sproporzionato della repressione. Abbiamo visto operazioni repressive con perquisizioni a domicilio per aver allontanato dei giornalisti provocatori dalle piazze, abbiamo visto comminare delle associazioni a delinquere per dei messaggi su dei gruppi telegram, ma soprattutto abbiamo visto l’uso indiscriminato di sanzioni amministrative come daspo urbani e multe semplicemente per aver manifestato. Sanzioni amministrative usate senza passare da un giudice, un potere terzo, per evitare “lungaggini”, ma direttamente comminate dalle autorità di polizia. Abbiamo visto da un mese a questa parte scene da Cile di Pinochet in piazza Duomo il sabato pomeriggio, con chiunque fosse anche solo sospettato di essere un manifestante portato via di peso, strattonato, identificato e denunciato.

Infine, un appunto particolare merita secondo noi l’assalto alla sede della Cgil da parte del gruppo neofascista Forza Nuova, che ha di certo creato molte “tensioni” e sul quale sono sorti molteplici interrogativi sul ruolo giocato dalle forze di polizia in quell’occasione. Essa non è servita altro che al tentativo di ricompattare i lavoratori al sindacato (in varie parti d’Italia molti iscritti alla Cgil stavano scioperando in quei giorni contro il green pass) e al blocco d’ordine capeggiato dal governo, oltre che ad alimentare la propaganda “no vax = fascisti”.

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