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CONTRO LE “DI CESARE” IN UNIVERSITÀ

Salviamo il mondo accademico dal conformismo.



L’Italia sta vivendo una gravissima crisi sociale, prima ancora che sanitaria. Il green pass ha scavato un solco tra le persone e ha lacerato il tessuto della società, ciò che la tiene insieme, ovvero le relazioni che legano tra loro le persone e le persone allo stato.

Si parla di mascherine all’aperto, di tamponi, di terze e quarte dosi, di super green pass, mentre sei milioni di persone sono attualmente private dei diritti fondamentali. Sei milioni di cittadini che fino a ieri attraversavano gli spazi con noi, al lavoro, al ristorante, al bar, in università, da mesi sono privati della possibilità di entrare in quegli spazi. Sono escluse quasi interamente dalla partecipazione alla comunità, dalla possibilità non solo di avere un futuro al suo interno, ma anche di sopravviverci. I media lo stigmatizzano come il fenomeno dei no-vax, ma è solo un’etichetta da stupidi, per chi non ha voglia di approfondire. Bisogna rendere il discorso più complesso di come è trasmesso dalle tv, per capire che l’etichetta non contiene la molteplicità di storie e ragioni differenti per una strenua resistenza che va avanti da 26 settimane, nelle piazze, nelle università, sui posti di lavoro. Sei milioni. Ci sono ragionamenti più interessanti da fare su questo fenomeno. Ad esempio, se c’è qualcosa ad accomunare i “no-vax”, è il fatto che questi guardino poca tv e si informino su canali alternativi. L’informazione ufficiale, governativa, non ha raggiunto tutti allo stesso modo, così le coscienze hanno reagito in modi diversi. Una divisione più precisa di no-vax e si-vax sarebbe quindi: chi si è fida del governo e chi non si fida. Chi pensa che il governo faccia gli interessi del popolo e chi no. Chi pensa che l’Italia sia un paese democratico e il governo rappresenti democraticamente la sovranità popolare (patto sociale), e chi pensa che il patto sociale sia rotto. C’è un motivo se i paesi dell’est hanno un tasso di vaccinazione inferiore al 50%: in questi paesi le persone non si fidano del governo. Sono tutti no-vax? No, ma ritengono che chi ha il potere NON agisca nei loro interessi, e nel passato recente lo hanno sperimentato sulla loro pelle con le dittature. In Italia le cose sembrano andar meglio, quasi tutti si sono fidati del governo, e se non si sono fidati del governo si sono fidati della scienza, e se non si sono fidati del governo e della scienza hanno comunque forzato se stessi a fidarsi per lavorare, per studiare, per sopravvivere. Il green pass è all’origine della tensione sociale che devasta il Paese. “Il vaccino è un atto d’amore” dice il Papa, ma ignora che i certificati vaccinali stanno generando odio e divisione in tutta Italia (e nel mondo intero).

La stessa divisione feroce attraversa l’accademia, con percentuali e dinamiche simili a quelle della società civile. Il dibattito all’interno dell’università è quasi inesistente e vige un grottesco clima di terrore verso l’argomento. Alcuni professori da inizio 2020 criticano le misure del governo, e di recente si sono riuniti in una “commissione Dubbio e Precauzione”. Ne fa parte Giorgio Agamben, il maggior filosofo italiano per rilievo internazionale e pubblicazioni, ma anche Cacciari, Mattei, e altri intellettuali di peso. Più di mille docenti universitari, annusando la deriva totalitaria dietro l’angolo, hanno firmato un appello contro il Pass ad inizio agosto, ricevendo poi infimi attacchi sulle pagine dei quotidiani del gruppo Agnelli. Nonché, un ridicolo contrappello da parte di docenti di filosofia che sostenevano, tra le altre stupidaggini, che il green pass fosse equiparabile alla patente di guida (ignorando la differenza tra diritti e privilegi). I professori no pass sono stati attaccati, derisi, segregati, sospesi. Hanno però ottenuto l’obiettivo, grazie anche agli studenti no-pass, di spostare un po’ la narrativa ufficiale e costringere il potere a trovare nuove etichette e narrazioni. I no-vax, non più egoisti e ignoranti, sono diventati fascisti e pericolosi, negazionisti nonché la peggiore di tutte, complottisti.
Un’etichetta quest’ultima dai contorni sfocati, nata in America nell’ultimo secolo per reprimere il dissenso e stigmatizzare tutte le versioni non ufficiali, che può tenere dentro tutto e niente. L’ultima ad usarla pubblicamente è stata una professoressa di filosofia della Sapienza, Donatella Di Cesare, “filosofa” famosa per le apparizioni televisive, che usa quest’etichetta proprio in riferimento a Giorgio Agamben.

Dalle pagine dell’Espresso, noto settimanale di lotta popolare proprietà della famiglia Agnelli, la Di Cesare invoca a salvare “Agamben da Agamben”. Secondo la Di Cesare, Agamben sarebbe caduto nel complottismo; pertanto, bisogna salvare il pensiero del filosofo, contenuto nelle sue opere, dalle considerazioni (di fatto non allineate, N.d.R.) che egli sta ora facendo sulla pandemia e la sua gestione. La Di Cesare sostiene di aver letto Agamben, rimarcando, in questo frangente, che egli ha analizzato in modo profondo e originale, nelle proprie opere, gli strumenti di dominio della contemporaneità. La Di Cesare ricorda inoltre come molti avessero trovato nel pensiero agambeniano una necessaria e imprescindibile chiave di lettura per gli avvenimenti del XXI secolo.

Ma forse la Di Cesare ha letto Agamben con poca attenzione, o non l’ha capito bene, tanto che non è stata in grado di notare come Agamben, da due anni, stia semplicemente applicando la sua teoria alla contemporaneità. Per restare in ambito accademico, anche un duro critico della visione di Agamben come Fabio Dei se n’era accorto (cfr. “L’antropologia e il contagio da coronavirus – spunti per un dibattito” / 2020). Sembrerebbe quasi che in precedenza il pensiero di Agamben, erede della scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer, fosse utile per leggere il presente fintanto che la società non venisse posta davvero in discussione; la teoria di Agamben, quindi, era utile e corretta solo nelle chiacchiere da bar e nel loro corrispondente nei corridoi universitari, nei convegni e nei festival della filosofia. Le stesse analisi sono divenute scomode e inutilizzabili nel momento in cui il conflitto sociale si è acuito, quando cioè le tensioni e la distanza tra dominanti e dominati sono divenute più evidenti, così come esplicita è divenuta la presenza del dominio sui corpi. In sostanza, Agamben è diventato un problema quando gli strani tempi in cui viviamo hanno richiesto di applicare quella sua teoria alla realtà, e di scegliere una posizione. Ed ecco che la teoria critica diventa complottismo, lo Stato diventa buono per necessità, il migliore degli Stati possibili, immutabile e necessario, legittimato dal Dio della tecnica.

Arriviamo qui ad un punto centrale e problematico. Secondo la Di Cesare, infatti, la politica è tecnica.

Prendiamo in esame un significativo estratto del pezzo della Di Cesare, che riflette bene la sua visione: “Personalizzare il potere, renderlo un soggetto con tanto di volontà, attribuirgli un’intenzione, significa avallare una visione complottistica”.

Secondo la Di Cesare, ogni personalizzazione del potere sottintende una visione complottistica della realtà. “Complottista”, in questo caso, sarebbe chiunque ritiene che si possa avere un’intenzionalità modificatrice sul mondo. Detto in altri termini, sarebbe complotto tutto ciò che possiede una politica, e di conseguenza tutto ciò che esiste e che trasforma il reale è tecnica.

Procediamo su questo controverso binario considerandolo con serietà. Le decisioni prese dai governi sarebbero frutto della tecnica, di un potere automatico e impersonale. Ma la tecnica è un mezzo della politica o è piuttosto il fine che la guida? La tecnica, ci dice Heidegger, si orienta verso la massima utilizzabilità e il minimo costo delle cose. È lo stesso meccanismo che regolerebbe l’economia in quanto scienza, la massimizzazione dell’utile e la razionalità del mercato. La tecnica, si potrebbe dire, è una macchina che va da sé, la cui intenzionalità è nella sua natura. Qui si pone un problema: se fosse davvero la tecnica a guidare il mondo, il mondo non sarebbe modificabile, e a nulla varrebbe qualsiasi battaglia politica e sociale. Le cose, guidate dalla tecnica, vanno da sé, si organizzano verso il massimo profitto al minimo costo. Una tale visione oltre ad essere antiscientifica, è pericolosa e totalitaria (e non a caso questa è la conformazione che sta prendendo lo Stato). Se accettiamo che esistano lotte da combattere, come afferma la Di Cesare, allora deve necessariamente esistere un potere a cui opporsi e visioni alternative da proporre.

La tecnica, infatti, a opinione di chi scrive e, ci sentiamo di dirlo, di Giorgio Agamben stesso, è il mezzo con cui agisce e si legittima il potere neoliberista, non il fine che guida quel potere. La Di Cesare nel suo articolo critica il neoliberismo, dice pure che Agamben dovrebbe tornare ad occuparsene, ma nella sua argomentazione ella priva il neoliberismo di un’intenzionalità: come se quella della massimizzazione del profitto non fosse una politica, non coprisse un’intenzionalità, ma rappresentasse l’unica possibilità di ordine delle cose.

La fallacia logica del discorso è che se il potere fosse un fatto tecnico, ogni trasformazione del reale sarebbe inevitabile. Come si fa a combattere qualcosa di inevitabile?

Contrastare il neoliberismo opponendogli cosa, se esso è l’unica possibilità? La Di Cesare non ce lo dice. Parla di potere impersonificato, ma la storia dell’occidente è la storia di un potere costantemente personificato, in Dio, nei re e negli imperatori, nei presidenti e nei governi. L’impersonificazione del potere è un processo recente, che appunto avviene col neoliberismo. C’è una differenza tra un’impersonificazione formale e sostanziale. Il potere si cela, si occulta, ma ciò non vuol dire che non esista. Se anzi si vuole cercarlo in un mondo in cui tutto, anche l’essenza delle persone, è merce (Il mercato mercanteggia nell’essenza stessa dell’essere, ci dice Heidegger), si può trovare il potere nella coincidenza con l’accumulo economico. Basta cercare il denaro, per trovare il potere. Negli ultimi decenni la concentrazione economica si è spaventosamente raccolta nelle mani di pochissimi (3-4) fondi finanziari, che controllano la quasi totalità dei mezzi d’informazione e di produzione, nonché le maggiori case farmaceutiche. Probabilmente è lì che si trova il potere politico decisionale.

Spostando queste riflessioni sul tema del “Green Pass”, la questione appare molto più semplice. Non è rilevante, infatti, affermare che il potere abbia o meno un’intenzionalità, quanto piuttosto osservare e criticare il modo in cui questo potere sta governando, ovverosia, come il potere stia agendo sul mondo e sulle persone. Che sia la tecnica a governare, o qualcuno a governare la tecnica, ciò non ha influenza sul dovere di analisi critica verso le direzioni che vengono prese, e sul dovere di opporsi a tali direzioni.

Ma questo alla Di Cesare sembra non interessare. Con odioso benaltrismo (ossia una fallacia logica, peccato mortale per qualunque filosofo), la professoressa invita Agamben a concentrarsi su problemi di ben altra importanza: l’immigrazione, i senzatetto, le Rsa, il neoliberismo. Potremmo aggiungere l’aumento delle bollette, i falsi invalidi, la diffusione di gatti randagi e la musica contemporanea.

Il mondo è pieno di problemi, la Di Cesare vorrebbe affrontarli tutti insieme, ma li considera allo stesso tempo frutto del neoliberismo e della tecnica, quindi non affrontabili. Nel frattempo, ignora sei milioni di persone che da agosto vengono progressivamente private dei diritti fondamentali ed escluse dalla partecipazione sociale, fino alla totale segregazione voluta dall’ultimo decreto. Sei milioni. Come se ciò non fosse un problema.

Sarebbe interessante dibattere con Agamben circa la sua filosofia, e opporgliene altre, ma leggendo l’articolo della Di Cesare la sensazione che traspare non è tanto quella di una visione opposta, quanto di un preoccupante vuoto di argomentazioni che si risolve in un meschino attacco personale alla figura di Agamben (fallacia dell’argumentum ad hominem). Le proponiamo, se proprio vuole salvare il pensiero filosofico di qualcuno, di guardare al suo amico Galimberti, un tempo uno dei migliori interpreti del pensiero di Heidegger, che è finito ad invocare la dittatura di Draghi in diretta televisiva. Forse scriverà anche lui i suoi quaderni neri.

Da studenti di discipline scientifiche e umanistiche siamo attraversati da una profonda sfiducia verso l’istituzione accademica e chi la sta rappresentando, ossia dei docenti che perdono tempo a sferrare raffazzonati attacchi a quanti si oppongono alle misure governative, e ignorano quanti sono privati di ogni diritto fondamentale, giustificandolo con uno stato di emergenza perpetua (stato d’eccezione).

Di fronte a una situazione del genere, vorremmo anche noi adoperare un’etichetta, e inserire tali docenti nella categoria dei “collaborazionisti”. Nel 31’, dodici docenti rifiutarono la tessera fascista e furono allontanati dall’insegnamento. La Di Cesare direbbe che anche allora governava la tecnica, e che i dodici professori che rifiutarono la tessera erano dei complottisti.

In conclusione, e in prospettiva per l’anno nuovo, ci teniamo a dire che una delle necessità più urgenti percepite dagli studenti contrari al lasciapassare è quella di desacralizzare la comunità accademica, che è stata tra le prime a conformarsi ai dettami del potere (proprio come nel ‘31) e che in questa fase appare molto poco lucida.

In quanto studenti e giovani, dovremmo riprendere a tema le analisi di chi ha posto realmente in discussione il potere e l’ordine costituito, ed è nostro dovere farci carico di manifestare e guidare quella opposizione, di incarnare quello slancio di resistenza e novità di cui la società ha disperatamente bisogno. Andare contro i nostri padri, i nostri professori, per superarli con una visione nuova che, basandosi anche sul fecondo pensiero Agambeniano riesca a costruire una valida alternativa sociale. Le analisi della scuola di Francoforte portarono ai moti del 68’, che avevano veramente l’intento di cambiare il mondo. Ripartiamo da quella volontà, i nostri maestri ricerchiamoli nelle vette di quel pensiero che ha il coraggio di scrutare oltre l’orizzonte di un presente grigio, di criticare le prepotenze e le sopraffazioni, di guardare al potere in faccia e a testa alta. Cerchiamo le nostre guide in quanti rimangono giovani dentro e credono ancora che abbia senso cambiare il mondo, o quantomeno vivere per farlo, che una prassi sia necessaria e che sia imprescindibile trasmetterla, e che l’ingiustizia vada combattuta sempre. Ricerchiamo la verità oltre il titolo accademico che ce la presenta, e ricerchiamola in primis nella comunità che abbiamo il dovere di ricostruire sulle ceneri della barbarie che ci circonda. Dobbiamo farci carico di questo fardello che apre ad una nuova vita, e al più presto, perché la distorsione ideologica da cui siamo circondati è sempre più pervasiva, e in quanto giovani e studenti è questo il compito che ci spetta.

15 commenti su “CONTRO LE “DI CESARE” IN UNIVERSITÀ”

  1. La forza e il coraggio di dire “no” in questo consiste la democrazia e la tutela dei diritti acquisiti nel passato. Oggi ti licenziano per il grenpass, domani per qualunque altro motivo. Bravi per quanto fate e grazie.

  2. Come genitore “resistente” (con esasperante fatica materiale e psicoogica) vi ringrazio anche a nome dei miei figli liceali “autosospesi” dalle loro scuole e in sperimentazione in una parentale.

    Ps: Non trovo più il canale tgram studenti milano, posso seguirli per altre vie o sotto altri nomi?

    Buon lavoro ragazzi, che la luce sia con noi a farci strada nell’ombra che ci avvolge.

  3. Grazie, questo articolo fa ben sperare, apre il cuore. Sapere che vi sono giovani, studenti, nuove generazioni che hanno capito e non accettano. Sì, ha senso ancora cambiare il mondo, ricostruirlo dalle ceneri di questo e aprirsi ad una nuova vita che si basi su valori e ideali etici e morali andati perduti.

  4. Condivido tutto il pensiero espresso in questo ottimo articolo.
    E visto il livello di certe sedicenti “filosofesse”, mi permetto di citare Yogi Berra, il quale, con grande acume, era solito dire:
    “In teoria, non c’è nessuna differenza fra teoria e pratica. Ma, in pratica, c’è.”
    E, la “Di Cesare”, fornisce un lampante esempio di come come sia possibile “predicare bene, per razzolare male”, e di come “tra il dire e il fare, c’e’ di mezzo il mare”

  5. Articolo bellissimo, grazie ragazzi siete il nostro futuro e per me siete un faro di speranza dentro la oscurità e la follia che ci ha travolto, è un incubo, ma insieme ce la faremo ad uscirne e a creare un nuovo mondo, un mondo migliore un mondo dove finalmente al centro ci sia l Essere Umano e non il potere e il denaro

    1. Grazie a tutti e grazie anche a te Cinzia che esprimi bene il centro di ogni cosa. L’essere umano. Ma qui una piccola na importante precisazione: purtroppo non tutti sono ” esseri umani ” . Appunto essere umano è altro da ciò che si vede. Esseri umani si diventa, non si è a prescindere, come ben vediamo ora. Essere umano è una qualità che va coltivata fini alla morte.

  6. Complimenti studenti, la vostra obiettività e lungimiranza sono tra le poche speranze del periodo. Ottenebrato da decisioni assurde e conformismi vergognosi.
    Massimo Antinozzi

  7. Analisi lucida, profonda e coraggiosa. Proprio il coraggio credo sia in ultima istanza lo spartiacque anche fra chi, per condizione e formazione, pur trovandosi nella condizione di leggere il multiforme dato di realtà, non riesce ad affrancarsi da lacci, convenienze e ricatti, e chi sa dimostrarsi uomo intelligente e libero. Il tempo sarà giudice.

  8. Ottima analisi . Se tutti i giovani (studenti e non) avessero la capacità di scrutare in questo modo la realtà , il mondo sarebbe migliore ….

  9. Nicoletta Franceschetti

    Siete una rivelazione, ragazzi, con l’effetto di una zattera che appare agli occhi del naufrago. Ci chiedevamo smarriti, la vostra generazione dove fosse, xchè da soli noi classe 60 in poi, non c’è la potevamo fare, ma ora sentiamo di poter vincere non per noi, che abbiamo la vita alle spalle, ma x voi e per i nostri nipotini per cui saremmo la vita. la sola preghiera: crescendo restate fedeli a voi stessi. Vi portiamo nel ❤️GRAZIE ‼️

  10. Mi capita ora di leggere la vostra analisi. La trovo perfetta e in totale sintonia alla reazione di rigetto che mi ha preso leggendo gli articoli della Di Cesare sul Fatto, al punto di arrivare a non comprare più un giornale di cui sono stato un fedele lettore per anni. Io sarei un complottista solo perché mi rifiuto di considerare la politica un fatto tecnico e il potere un qualcosa privo di personalizzazione e d’intenzionalità, perciò non in grado di modificare con deliberato proposito il mondo e, di conseguenza, non contrastabile, per cui non avrebbe alcun senso la lotta che oppone oggi all’aggressore il popolo ucraino per difendere il proprio diritto di vivere in una società libera e giusta.

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