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Sulle ultime dichiarazioni di Cacciari

Lisippo, Erma di Socrate, Copia romana da un originale del 330 a.C., marmo, altezza 55 cm. Città del Vaticano, Musei Capitolini

Gentile Professor Cacciari,

Sono uno dei referenti degli Studenti contro il Green Pass, e ho chiesto alla redazione di poterLe scrivere a titolo personale, sì da tutelare il nostro movimento da ciascuna delle considerazioni così sfacciatamente personali ch’io vado a proporre di seguito. Le scrivo, per l’appunto, in merito alle dichiarazioni diffuse in queste ultime ore da alcune testate nazionali, e attribuite a Lei come segue: 

«Chi può vada a vaccinarsi. Chi non è d’accordo ci vada lo stesso, perché queste sono le leggi e finché non si ha la forza di cambiarle, bisogna rispettarle. Non vedo alcun caso! Ho fatto il vaccino. Sei costretto a farlo, alle leggi si obbedisce. I filosofi obbediscono alle leggi, anche quando le ritengono totalmente folli. Socrate insegna. Si cerca di far capire l’insensatezza di una legge. Si cerca di modificarla. Ma se non riesci a cambiarla la rispetti. Oppure te ne vai». 

Per ragioni di semplificazione critica, la mia riflessione si svilupperà come se i giornalisti italiani avessero riportato in modo del tutto esatto le Sue parole. Che queste parole siano dei significanti più o meno idonei a trasmettere il senso del Suo pensiero: questo è un altro discorso. Cercherò di essere il più cauto possibile, benché io intuisca già dove sarò condotto da questi stessi ragionamenti. Vorrei muovere con criterio induttivo. I regimi dittatoriali, quale che sia il colore che si vuol loro attribuire, possiedono tutti dei tratti comuni. Il principale di questi aspetti non consiste tanto nella soppressione del dissenso, o nella compressione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, o nella persecuzione delle minoranze per opera della maggioranza (presunta o reale che sia: è pur sempre etero-diretta), o ancora, nella adozione – a danno dei civili – di strategie militari o para-militari; piuttosto, ogni totalitarismo si caratterizza sempre – sempre – per una sua indicibile follia di fondo, un guasto cognitivo, un netto arretramento etico e culturale (diffuso, ovvero localizzato) rispetto al momento storico in cui il regime di terrore viene instaurato: un “disinibirsi” (delle perversioni), un “tornare indietro” a ciò che ogni società vittima di questo brutale fenomeno avrebbe considerato, fino a poco tempo prima, pura e socialmente intollerabile inciviltà. Si presta il seguente, inevitabile paragone: come s’afferma l’autorità dispotica, così compare tra i civili un morbo (si legga quel capolavoro, quel libro di rara bellezza che è La peste di Albert Camus), ed esso è il morbo disumanizzante dato dai protocolli e dai costumi sociali più antiumanistici cui la perversione umana riesca, di volta in volta nella storia, ad approdare. In effetti, si potrebbe essere tentati dal concludere fin d’ora che durante i regimi autoritari, come durante le guerre, la ragiona abbandona i cittadini al punto tale che essi risultano trasformati in belve; e tuttavia, con una tale considerazione si sarebbe ancora assai lontani dal vero, giacché in particolari circostanze «emergenziali», quando l’odio, il senso d’urgenza, l’intolleranza e l’attaccamento alla «nuda vita» imperano, gli uomini e le donne in soggezione del potere non si comportano affatto come autentiche belve animali, bensì come automi e, su comando, come demoni. Il processo non accade mediante l’occupazione militare repentina degli spazi civili – o meglio, può finanche accadere in tal guisa, ma soltanto nei contesti di guerra convenzionale (dico qui “convenzionale” utilizzando il termine a mo’ di categoria residuale, ovvero per riferirmi estensivamente a tutte quelle guerre che le masse civili percepiscono effettivamente come tali, cioè come massive manifestazioni di violenza). In verità, è mia opinione che il processo disumanizzante collegato al dispotismo – lo stesso processo che sempre precede un conflitto bellico – non sia mai realmente vinto, restando ancorato a delle logiche complesse cui un tempo si era soliti rimandare (almeno in parte) attraverso la locuzione “conflitti di classe”. Suddetto processo, invece, si confronta e s’alterna costantemente – soprattutto su scala sociale, ma anche su quella psichico-individuale – ai processi di segno opposto, che definisco non a caso “umanizzanti”. Questa prima constatazione comporta alcuni quesiti immediati, che riguardano il che cosa significhi “umanizzante”, il che cosa sia la humanitas e il perché sia, ovvero debba considerarsi preferibile compiere i gesti umanizzanti anziché gli altri, per sottrazione definiti disumanizzanti. Senza contare che le risposte a tali domande tendono ahinoi a mutare secondo il tempo e lo spazio. Come Lei può facilmente intendere, si tratta di domande che non è possibile analizzare sino in fondo in questa sede; domande per le quali io, pur volendo, non riuscirei mai a fornire delle risposte sufficientemente degne, giacché esse involgono l’intero scibile umano, e in primo luogo la religione, la mitologia, la poesia, il linguaggio e la letteratura, e poi – e soltanto poi – tutto il resto, a partire dalla 

psicoanalisi, dalla filosofia e dalla filosofia morale, per finire…nella scienza: agglomerato di discipline diverse che dovrebbe fungere più da “collante gentile” tra i vari campi della nostra indagine, piuttosto che come “criterio-guida” della stessa. Ciò perché essa – la scienza – non consiste tanto nelle conoscenze acquisite nell’ambito delle discipline che la compongono, o in un complesso di certezze immutabili; essa è, invece, più prossima alla metodologia di ricerca applicata alle conoscenze e alle intuizioni soggettive che, proprio in virtù della bontà di un criterio procedurale precedentemente giustificato, vengono di seguito ordinate assurgendo al ruolo di cultura “scientifica” socialmente condivisa in un dato tempo e in un dato luogo. Il che non toglie che si tratti pur sempre di conoscenze soggettive, quand’anche vantate dall’intera comunità dei consociati. È un rilievo epistemologico, ed è anche un fatto epistemico, non si può sfuggirvi. Premesso che parte delle culture costruitesi e tramandatesi nelle varie società terrestri non abbia nulla a che vedere con la razionalità di un metodo evidentemente più lento che la curiosità, le intuizioni e le aspirazioni umane, e specificato che non per ciò deve concludersi che gli aspetti irrazionali di ogni cultura debbano anche, e necessariamente, considerarsi a-scientifici o anti-scientifici (si dia la possibilità che al patrimonio consolidato dal criterio scientifico-razionale possa ben affiancarsi un ulteriore complesso di conoscenze esatte, e tuttavia non-ancora giustificabili tramite l’applicazione dei metodi di indagine elaborati sino a quel momento), sorgono ulteriori quesiti problematici circa il come e il perché definire i tratti dei processi “umanizzanti”, prima ancora che ad essi possa seguire una riflessione che ponga al centro la giustizia sociale di quegli stessi processi una volta che si voglia applicarli all’interno della collettività (così il termine “umanizzanti” diviene sinonimo di “anti-dispotici”, ovverosia di “super democratici”). Invero, muovendo dagli interrogativi sui tratti comuni dei regimi non democratici e sul carattere di umanità, ho qui cercato di costruire le premesse che, per via filosofica, mi consentono di ribadire la bontà della prima lezione socratica – il sapere di non essere sapienti, il sapere che il non essere sapienti corrisponda alla soggettività dell’intero spettro delle nostre conoscenze, siano esse condivise o meno. Da ciò, la seguente – e decisiva – constatazione: non v’è alcuna prova del fatto che alla legge giuridica positiva (vale a dire, la legge “posta” o non censurata dall’autorità vigente) possano e debbano attribuirsi i caratteri del processo (sociale) “umanizzante”; il che è tanto vero che il sovrano incapace di concepire le proprie conoscenze se non come oggettive può disporre – e lo sta facendo oggigiorno – in senso dispotico, cioè disumanizzante. Se, dunque, alla formulazione delle leggi non corrisponde neppure il merito di una propulsione culturale, come può pretendersi anche solo di avviare una indagine etica sui rapporti tra la fonte giuridica e il concetto stesso di giustizia? Da ciò, ancora, la necessità che ciascuno di noi reputi l’inclinazione verso le indagini e verso le (nuove) conoscenze come un valore, ovvero – vorrei dirlo con un gioco linguistico: la necessità che la cultura sia di per sé necessaria, e che essa, la sua diffusione nello spazio e la sua trasmissione nel tempo vengano percepite dalla collettività – e da ciascuno di noi, nessuno escluso – come necessarie. Il che non solo va incontro all’insegnamento più alto fornitoci da Socrate, ma forse offre anche dei buoni indizi in merito al problema dei processi umanizzanti (o “super democratici”, se considerati all’interno del contesto giuridico e sociale) e di come favorirli. Sintetizzando al massimo, dovrei qui formulare una scaletta ordinata di pensieri che incominci con l’analisi induttiva dei guasti provocati dai regimi non democratici, e che prosegua con la necessità di ampliare le conoscenze – esigenza da avvertirsi al pari di ogni altro bisogno primordiale umano. Quindi dovrei forgiare il ragionamento con la presa di consapevolezza circa il fatto che le conoscenze umane – scientifiche e non – sono e resteranno pur sempre soggettive: il che scongiurerà d’un tratto la deificazione della legge positiva, e darà nuovo impulso all’inclinazione culturale. Infine addiverrei alla conclusione che un regime democratico non possa mai darsi senza cultura, ovvero che ogni regime a-culturale sia anche profondamente antidemocratico. Per onestà intellettuale devo pur ammettere che nel presentare questo procedimento ho preferito sorvolare su almeno due ordini di problemi, ch’io potrei indicare, per così dire, come patologicamente primordiali: il primo concerne la giustificazione della preferenza per la vita umana anziché per la morte (ciò che suggerisce la sovrapposizione tra gli ambiti dell’essere e del possibile); il secondo attiene all’astrazione cognitiva che di continuo si compie, quando ci si dimentichi che la formulazione e l’utilizzo di un significante – non necessariamente verbale – non implicano l’acquisizione o addirittura il dominio del significato (la cognizione, il mezzo linguistico e la sostanza in sé di un oggetto qualsiasi non possono ridursi a un unico elemento). I temi testé accennati sono estremamente 

interessanti, senz’altro; tuttavia, mi sia consentito di non affrontarli in questa sede, per tre ragioni: 1) di già sto ponendo il discorso in modo tale che la maggior parte dei concetti qui espressi potrebbe comunque considerarsi inadatta alla presente sede, e in ogni caso al di fuori della mia portata; 2) possiedo ancora una certa voglia di vivere, e non vorrei entrare in crisi riproponendo a Lei, ma soprattutto a me stesso, il problema di una giustificazione realmente valida, almeno sul piano individuale, che possa strapparmi a un insano gesto; 3) il linguaggio – verbale e non – e la sua trasmissione è tutto quel che ho acciocché il mondo possa riconoscere la mia esistenza mentre io possa, al contempo, testimoniare l’esistenza di tutto quanto mi è attorno – secondo la mia rappresentazione soggettiva del mondo, chiaramente. Con il Suo permesso, resterei dunque su di un piano meno profondo, che si limiti ad affiancare alla questione culturale quella relativa alla giustizia. Ebbene, quand’anche si riuscisse a riconoscere pienamente l’esistenza di un dovere morale che spinga ciascuno alla migliore cultura che gli sia umanamente possibile di raggiungere, resterebbe pur sempre da provare che per mezzo di una tale premessa si pervenga sicuramente a una applicazione di conoscenze in ambito sociale che possa dirsi, in un dato luogo e in un dato tempo, ottimale, ovvero giusta. Rilevo in tal modo due questioni, delle quali la sua ultima presa di posizione, purtroppo, non tiene minimamente conto. Per un lato, Lei ha compiuto delle dichiarazioni anzitutto fondate sulla sola interpretazione personale (e, forse, strumentale, o per dirlo in modo politicamente corretto: funzionale) fornitaci da un filosofo – Platone – in merito al solo gesto finale della vita di un altro filosofo – Socrate; delle dichiarazioni che, appiattendo in un sol colpo tutte le lezioni socratiche sulla mera logica del sacrificio, sminuiscono la statura del filosofo da Lei richiamato e, a conti fatti, ne contraddicono perfino il pensiero. Questo non tanto perché Lei ha proposto di accettare la logica del sacrificio pro-patria richiamando l’esempio di un uomo che nella sua, di patria, non ha certo “vissuto nascosto”; ma soprattutto perché un uomo che sia intimamente, profondamente socratico – vale a dire, un uomo particolarmente innamorato della conoscenza – non può imbavagliare sé stesso e la mente sua entro i sozzi limiti della cieca obbedienza. È vero che Socrate ha rinunciato alla fuga, com’è vero che egli non sia sempre stato un obbediente. Del resto, occorre tanto impegnarsi per addivenire a degne formulazioni sull’etica. Così noi vediamo Socrate, uomo debilitato e stanco che sceglie di restare: decisione che ben si potrebbe assimilare a un vero suicidio, piuttosto che a un martirio. Su tale sacrificio ritornerò fra un momento, perché non vorrei essere frainteso sulla filosofia morale. Mi lasci ora ritornare al discorso precedente. Dicevo della questione della giustizia e di come Lei abbia finito per delimitarla entro il concetto basilare e avventato secondo cui ciò che è giusto si risolverebbe, in qualsiasi caso, nel principio gerarchico, nell’adempimento del comando (o nell’esilio). Professore, io non so se Lei abbia voluto realmente alludere a un certo pensiero che, destrutturato per le sue conseguenze, conduce altrettanto realmente all’equazione di cui poc’anzi detto; io, qui, scrivo semplicemente che quel certo pensiero e quella certa equazione ci costringerebbero tutti a un balzo all’indietro di molti secoli. Lei, con poche frasi, ha messo in imbarazzo i suoi amici, dacché ha negato l’esistenza e il valore della teoria del contratto sociale, e i preziosi contributi che essa ha fornito da quando è sorta sino ai giorni nostri. In un altro comunicato del movimento studentesco – quello relativo all’obbligo vaccinale anti-Covid – si era citato, non per caso, John Rawls. Non è solo questo, comunque. Il fatto è che un appiattimento di quel genere si presta ad essere criticato al pari di una premeditata ed esplicita violazione del Codice di Norimberga, o come l’ingenua posizione di chi cerchi di sminuire, ancor oggi, la presenza del diritto di resistenza all’interno del nostro ordinamento (quale estremo rimedio costituzionale avverso le aggressioni di natura sovversiva altamente lesive del diritto naturale, dei diritti umani e dei nostri valori culturali). Lei deifica lo Stato allorquando invita i civili a comportarsi come dei militari in guerra. Lei sopravvaluta in maniera ingiustificata il principio del governare, quando propone di obbedire a un uomo che senta l’obbedienza alla stregua di una violenza gratuita, una schiavitù o uno stupro. Lei non può ricorrere all’esempio socratico per argomentare così come ha fatto, per un motivo molto profondo, strettamente connesso – come tutti i fenomeni umani – alla cultura delle civiltà in cui si vive. La nostra società è andata maturando lungo secoli greco-latini, barbarici e cristiani. È di tutta evidenza che la vicenda del Cristo sia risultata particolarmente rilevante, e per meglio dire: è l’idea che il Cristo sia nato appositamente per, con il fine di essere sacrificato: è tale concetto ad aver costituito la perversione anti-etica e antievangelica per lungo tempo dominante all’interno delle nostre gerarchie culturali. Il cristianesimo, e 

più ancora il cattolicesimo, potrebbero essere bene interpretati come l’opera dottrinale attraverso la quale si è strumentalizzata la figura del Cristo. Ora Lei, Professore, ha cercato di strumentalizzare quella di Socrate, e lo ha fatto nello stesso identico modo in cui i portavoce della apostolica romana – i primi eretici in assoluto – hanno raggirato i fedeli cristiani. Vorrei dirlo nella maniera più sintetica: «Andate, dunque, e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. […] Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa». Ciò che può sembrare socratico e cristiano (prima ancora che etico) potrebbe infine apparire intrinsecamente contrario agli insegnamenti di Socrate e del Cristo (prima ancora che eticamente intollerabile): non Le pare? Figurarsi se allargassimo il discorso a tutte le possibili considerazioni di profilo prettamente giuridico, le quali non attengono soltanto ai diritti umani, ma involgono pure la questione – tutt’altro che secondaria, nei moderni Stati democratici – della legittimità degli organi costituzionali e di quelli che all’interno della nostra Carta non compaiono affatto. No, io vorrei restare piuttosto sul senso e sul valore culturale di un sacrificio che sia imposto anziché spontaneo, volontario. E in effetti, domando a Lei di riferirmi su di essi, posto che dal canto mio non trovo ragioni, di nessun tipo, e in alcun modo di tipo culturale, affinché io possa o debba accogliere di buon grado l’idea di un sacrificio coatto. Insomma, il brocardo latino dura lex, sed lex non mi ha persuaso del tutto. Vede, Professor Cacciari, io ritengo in tutta umiltà che il valore del gesto compiuto da Socrate non stia nel suo sacrificio, ma nell’avere liberamente scelto di sacrificarsi. Stesso dicasi per il Cristo, anche lui misconosciuto a causa del delirio di alcuni pazzi che hanno preteso di poter divulgare fandonie sul suo conto, trasformando la testimonianza di un Dio vivente e misericordioso in una complicata vicenda di sangue che dipinge quel Dio come un essere sadico. Non sorprende, dunque, che Jorge Mario Bergoglio sia un accanito sostenitore tanto della campagna vaccinale in sé, quanto delle misure aberranti che ad essa si accompagnano. Non si tratta di immaginare ch’egli faccia parte di una qualche cerchia particolare (come se l’essere a capo della chiesa cattolica non fosse già, di per sé, ben più che sufficiente); si tratta, invece, di constatare la più diretta conseguenza di una stortura culturale, per la quale molti uomini autoproclamatisi cristiani risulteranno pur sempre incapaci di associare il valore di un sacrificio alla liberalità con la quale esso è compiuto (contraddizioni di una dottrina che dovrebbe rammentare la centralità del libero arbitrio), e altrettanto incapaci saranno di comprendere che il sacrificio aiuta i vivi o non è niente. Un sacrificio-suicidio imposto da una istituzione illegittima con un provvedimento che smentisce tanto Socrate quanto il Cristo, in definitiva, non ha alcun valore. Questo aspetto è noto ai promotori della follia in essere: è noto ai dirigenti di Pfizer, è noto ai vertici dell’Unione Europea, è noto ai fondi di investimento che finanziano l’una e l’altra organizzazione; è noto a Klaus Schwab e a Mario Draghi. È così noto che nessuno fra questi agenti ama condividere le proprie conoscenze con i comuni cittadini; così noto che ciascuno di loro, dal momento in cui è stato annunciato il “passaporto vaccinale” (il progetto risale invero ad alcuni anni fa, come Lei ben sa), ha compiuto ogni sforzo affinché il sacrificio individuale cui tutti noi saremmo stati ben presto chiamati (in un primo momento) e obbligati (in un secondo momento) acquisisse le sembianze di un sacrificio utile (alla collettività), per il quale valesse la pena di rischiare eroicamente la propria vita. Sarebbe sciocco, da parte nostra, sottovalutare la genialità con la quale l’operazione propagandistica è stata condotta e progressivamente potenziata; sarebbe sciocco credere che ogni genio sia buono – è più facile, semmai, ipotizzare che l’uomo buono sia un idiota. Attraverso tutta una serie di azioni mediatiche, simboliche e ad alto impatto emotivo, il potere esecutivo e gli apparati giornalistici di alcuni Paesi del mondo (e l’Italia tra questi, nuovamente nelle vesti di Paese pilota) hanno dissimulato la propria pochezza con la promessa della sapienza, e la loro anti-etica con la garanzia della giustizia sociale. C’è poi un ultimo aspetto interessante: argomenti di questo genere non possono mai ridursi a delle mere esercitazioni dialettiche, ovvero al confronto d’opinione tra singoli individui, in un dato tempo e in un dato luogo; detti argomenti, piuttosto, si inseriscono nei contesti e nei processi storici e sociali come fenomeni massivi, e di ciò Lei è ben consapevole. Lei sa perfettamente che il progresso culturale di ciascuna civiltà (in esso compresa l’evoluzione dei sistemi giuridici, dal Neminem Laedere al contratto sociale moderno) insiste sempre tra le pressioni dei vari gruppi sociali, e sa che tale progresso si sostanzia in senso umanistico ogniqualvolta il potere costituito venga, maturati i tempi, contraddetto. Tutta la storia delle società umane non è che un reiterarsi del macro-processo di accettazione e disobbedienza: l’accettazione come possibilità, inizio stesso del disobbedire; e la disobbedienza come superamento umanizzante dello status quo. Volendo criticarLa più francamente: pur conoscendo bene questi fenomeni, Lei ha proposto una linea di pensiero alla quale l’uomo viene meno da sempre, una linea che, seguita fedelmente, lo avrebbe ancorato alle tirannie delle tribù ancestrali. Io non comprendo, Professore, perché Lei abbia così banalmente smentito quanto di buono aveva fatto in compagnia di Giorgio Agamben. Mutatis mutandis, sappia che questo mio testo è dovuto, e che per ogni buon conto può contare sul mio sostegno umano. Molti studenti hanno aperto gli occhi su tutto quanto accade, e non è sfuggita neppure la singolarità del suo ultimo intervento. So che dinnanzi a un potere dispotico come quello con il quale siamo, nostro malgrado, costretti a confrontarci; dinnanzi a una oligarchia che costringe un giovane al TSO, invia elicotteri all’inseguimento di cittadini incensurati, tiene lontane dagli ospedali delle donne incinte che hanno urgenza di essere visitate, di continuo istiga al suicidio e condanna a morte, esercita un controllo militare sui civili, crea presunzioni legali di pericolosità sociale e bandisce così il principio di non colpevolezza; dinnanzi a un gruppo di dirigenti profondamente invidiosi tanto di Dio, quanto del Cristo e di Socrate; dinnanzi al loro progetto anti-culturale, materialistico e alienante, tutto imperniato sulla distruzione della dignità umana, del concetto di proprietà privata e di ogni forma di spiritualità, so bene che il nostro dovere categorico sarà uno e uno soltanto: disobbedire. E so che lo sa anche Lei. Forza: abbiamo un bisogno estremo di entusiasmo, e non ne abbiamo alcuno di rassegnazione. 

Marco Zuccaro 

8 commenti su “Sulle ultime dichiarazioni di Cacciari”

  1. Una lettera bellissima, grazie.
    Io nella mia pochezza filosofica potrei solo dire che il gesto di Socrate era lesivo solo per se stesso. L’obbedienza nella situazione attuale implica invece la condanna alla schiavitù dell’intera società.

  2. Complimenti per l’intelligente disamina della questione.
    Mi sembra che -aldilà della discussione sul significato dell’azione di Socrate rispetto a sé stesso- si dovrebbe sempre ricordare quanti esempi nefasti abbiamo di ‘obbedienza alle leggi’: il primo che viene in mente è Eichmann e il suo ‘io ho solo eseguito gli ordini’. Oppure, sul versante opposto: chi ha fatto l’Italia -oggi giustamente considerati eroi- al suo tempo ha disobbedito alle leggi. Per non parlare dei dissidenti nei vari totalitarismi del ‘900.. Quando la legge è ingiusta è ingiustificato obbedirle.
    Questo è il parere di una quasi settantenne allibita davanti a ciò che accade.
    Coraggio ragazzi, forse possiamo ancora sperare in un futuro più equo…

  3. Quindi, giusto per capire, Socrate affronta un processo perché lo status quo riteneva eversive ed empie le sue pratiche (corrompeva i giovani dicevano), ne accetta le conseguenze estreme, ovvero la condanna a morte, unico suo rammarico il non essere riuscito a far comprendere che le sue azioni avevano come unico fine il bene collettivo.
    Non solo, va oltre, rifiuta l’esilio un po’ per stanchezza così come riportato dall’interessante e più ampia riflessione di cui sopra, ma anche perché si domanda che valore aggiunto sarebbe per quel paese che gli avesse offerto ospitalità, lui che non era riuscito ad essere utile al suo di paese.

    Come già evidenziato in maniera eccellente dall’articolo, Socrate compie un atto di sacrificio e non ha mai rinnegato se stesso, Cacciari fugge, non vuole affrontare un eventuale processo accusatorio e parla di atto socratico?
    bah possiamo veramente dire tutto e il suo contrario viva i sofisti.

    Cacciari non ha il coraggio, di conseguenza la forza, di portare avanti le proprie idee, si rifugia nel conformismo, fa una scelta di convenienza, non è sicuro di vincere allora si sottomette. Si evince anche un grido di dolore dalla dichiarazione del tipo: vorrei ma non posso.

    Fin qui può ancora andare, ma poi succede che per questi personaggi, l’altro diventa lo specchio attraverso il quale si riflette la loro miseria, e questo non gli piace, non va bene e gli intimano di fare le loro scelte, tra un sofisma e un po’ di becera retorica, ma non sono all’altezza nemmeno in questo.

    Addirittura è riuscito a peggiorare la narrazione dominante iniziale secondo cui avremmo dovuto sacrificarci per un presunto bene collettivo, per Cacciari invece è un mero atto di sottomissione, dobbiamo farlo perché sono più forti.

    Con questo ragionamento bene hanno fatto tutti coloro che non si sono mai intromessi per fermare un atto di bullismo o di violenza privata, e “buona notte ar secchio” per il decantato senso civico. Allora udite udite commercianti vessati dalla criminalità organizzata che vi chiede il pizzo….dovete pagarlo…sono decisamente più forti!

    Come scritto nella riflessione, se fosse stato per i Cacciari di turno saremmo ancora sotto le barbarie dei tempi passati, ma attenzione è lì che stiamo tornando.

    Povero cattedratico, la tua miseria non è data dalla tua scelta, ma dal non dare merito a chi al contrario intraprende una battaglia a prescindere dal possibile esito.
    Si fa quel che si fa perché lo si ritiene giusto, ora il punto è se legare il concetto di giusto alla convenienza e abbiamo la miseria di Cacciari & Co., oppure, per citare un professore di diritto, rovesciare il paradigma e orientarci in base al conviene ciò che è giusto.

    Come riconoscere il giusto ce l’ha spiegato benissimo in una lezione magistrale il professor Trabucco, ponendo l’accento sull’essere, oltre che qualche millennio di storia e di pensatori veri, ma in realtà ognuno di noi è in grado di riconoscere il giusto fuori da una visione miope della vita, gli altri e la storia non sono e non devono mai costituirsi come pulpito, ma come terreno di confronto.

    Caro Cacciari non meriti i diritti in cui sei nato, suddito ti sei rivelato e ti permetti di urlare in faccia a chi rivendica e ha il coraggio di esercitare la Cittadinanza.

    Purtroppo è così filosofo è chi filosofo fa…ogni Uomo(con la U maiuscola) è filosofo sin dalla nascita…poi sono i fatti che lo confermano

    Filosofi in tempo di pace è questione di chiacchiere, ma in tempi di guerra? chiacchiere e distintivo…

    Chiudo con un detto popolare di origine cristiana: “Ognuno dovrà render conto non solo del male che ha fatto, ma anche del bene che non ha saputo fare.”

  4. A parte che Socrate non obbedì tout court alle leggi ( per es. si rifiutò di eseguire l’ordine dei Trenta -il potere costituito- di andare ad arrestare Leonzio di Salamina, come attesta Platone nella Lettera 7), ma consiglierei anche di rileggere (o leggere) le osservazioni di Hegel sulla morte di Socrate nelle Lezioni di storia della filosofia, dove Hegel pone in rilievo come l’accettazione della condanna a morte da parte di Socrate e il suo rifiuto della fuga (che gli veniva prospettata da alcuni discepoli) sono da vedere come estremo disprezzo delle leggi vigenti, che consentivano al colpevole, entro certi limiti, di assegnarsi lui la pena, che poteva essere la multa o l’esilio, al posto di quella di morte scelta dagli accusatori. Ma Socrate rifiutò di scegliere con questa formalità della controproposta, perché avrebbe così confessato di essere in colpa – ma qui, osserva opportunamente Hegel, non si trattava più della colpa, bensì della pena. Se gli Ateniesi lo avevano trovato colpevole, la prima prova di sottomissione sarebbe stata per l’appunto rispettare il giudizio e confessarsi colpevole. Di conseguenza avrebbe dovuto anche ritenere meglio assegnarsi una pena, poiché in tal modo si sarebbe assoggettato, oltre che alle leggi, anche al giudizio. Ma il fatto che non volle assegnarsi lui stesso la pena, SPREZZANDO COSì IL POTERE GIUDIZIARIO DEL POPOLO, provocò la condanna a morte. Socrate dunque contrappose la propria coscienza al verdetto dei giudici, e si assolse davanti al tribunale della propria coscienza.
    Altro che sottomettersi alle leggi!

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