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Sul rispetto della legge in tempi di regime totalitario

Circe offre la coppa a Ulisse, 1891, John William Waterhouse  

Già in tempi apparentemente normali si sarebbe potuto discutere della legge (ovvero, di tutte le norme di rango primario) non già come un riferimento neutrale, bensì come lo strumento attraverso il quale lo Stato borghese esercita un profondo condizionamento delle masse con il preciso fine di controllarle, sopprimendo alla radice il dissenso al sistema. “Legge” dunque non come emanazione delle istanze manifestate dalla società civile, “dal basso”, bensì come gabbia istituzionale per le aspirazioni di cambiamento radicale. “Legge” come strumento borghese delle élite borghesi, come voce di un gruppo dirigente che nega il conflitto di classe onde poter dominarlo nel tempo, e che finge di venire incontro alle fasce popolari mentre attua strategie sempre più complesse e sofisticate finalizzate al controllo delle stesse a livello psicologico profondo, a livello conscio e inconscio (da ciò, l’importanza strategica – per le élite borghesi – del depotenziamento culturale e dell’appiattimento dell’istruzione e del sistema scolastico e universitario entro schemi di omologazione delle menti). In tal senso, già da tempo si sarebbe potuto pensare alla legge non già come servizio o rimedio sempre disponibile all’uomo comune, ma come dovere calato dall’alto e posto a carico – o in capo – del singolo oppresso. È quindi necessario sfatare il mito della legge come elemento unificante, come pilastro della civiltà e approdo armonico. Perché, se per un lato è vero che “ubi societas, ibi ius”, per l’altro lato è altresì vero che questo “ius”, vale a dire il complesso delle norme vigenti in un dato contesto sociale (“societas”), non è mai l’espressione di una sintesi equilibrata. Il diritto non manifesta il grado di emancipazione di un popolo, ma quello della sua oppressione (e ciò perché un popolo, da un punto di vista umano prima ancora che politico, può dirsi tanto più emancipato ed evoluto quanto più esso riesca a vivere in pace senza dover ricorrere costantemente alle norme formali). Il diritto non armonizza i conflitti sociali: mostra l’incisività delle classi dominanti sulle classi subalterne. Per questa ragione lo si può intendere come un’arma vera e propria, al pari di un fucile puntato sulla fronte di ogni individuo potenzialmente capace di ribellarsi; e ciò a maggior ragione quando la propaganda, l’ipnosi di massa, la forza bruta delle truppe al servizio del potere e la complicità della magistratura consentono a una cerchia ristretta di assoggettare l’intero sistema giuridico e istituzionale alle proprie volontà e ai propri capricci. Ciò che ho sopra scritto vale adesso molto più che in passato, pertanto non si venga mai – mai – a parlarmi del “rispetto delle regole” come di un valore, giacché esso è, oggigiorno più che mai, un disvalore. Non si cerchi mai – e dico mai – di convincere sé stessi (prima ancora che gli altri) che il rispetto delle norme giuridiche sia simile a un dato di fatto incontrovertibile, una realtà che si può solo accettare: perché nel momento in cui si instaura un regime totalitario che ha calpestato in primo luogo ogni principio morale, e in secondo luogo lo stesso stato di diritto borghese, allora quel rispetto e quella accettazione equivalgono al dire sì alla schiavitù, e non soltanto alla propria (il che è grave), ma anche a quella di tutti gli altri (il che è peggio). Il confronto con il nemico può essere inteso metaforicamente come una partita a scacchi per la quale l’avversario – il potere, la cerchia oligarchica – detta le regole del gioco per poi barare costantemente, arrivando infino ad alterare, a gioco iniziato, le norme che stabiliscono il funzionamento e i meccanismi del gioco stesso (se ciò gli viene consentito per l’inerzia e l’assenza di reazioni efficaci da parte dello sfidante). Illudersi di poter modificare le regole più rilevanti del gioco – vale a dire, la struttura profonda dei rapporti di forza tra potere e popolo – limitandosi a ricorrere alle norme disponibili significa andare incontro a reiterati fallimenti, proprio perché quelle norme sono formulate dal nemico sono rese “disponibili” con calcolo e cognizione di causa. Nulla ha compreso chi non accoglie la necessità di ribaltare la scacchiera e rifiutarsi di giocare. Quando uno Stato è così deviato come lo è attualmente il Nostro, la legalità si riduce a un manganello, a un brutale strumento di possesso e controllo; e violarla diviene sacralità e dovere categorico.

2 commenti su “Sul rispetto della legge in tempi di regime totalitario”

  1. Quanta ragione in questo scritto, tutto ciò è verissimo e la nostra vita quotidiana è davvero diventata la partita di scacchi da voi descritta.
    Che Dio ci aiuti a buttare all’aria questo schifo.

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