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Uno a zero: palla al centro

La fase dittatoriale necessaria all’avvio del Grande Reset in Italia, iniziata con la dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio del 2020 è giunta quasi al termine in quanto ne è venuta meno l’utilità, cioè la momentanea sospensione delle istituzioni repubblicane ed il contenimento del dissenso per garantire al potere l’azione indisturbata di traghettamento verso il nuovo Regime.

Questa fase di dittatura sta lasciando il posto ad una fase di normalizzazione del nuovo assetto sociale ed economico al termine del quale non solo la società sarà completamente capovolta in ogni suo aspetto ma, quegli elementi di novità che hanno mobilitato migliaia e migliaia di persone in questi mesi verranno percepiti dalla massa, compresa quella che fino ad oggi ha protestato, come “naturali” e immutabili proprio come oggi è erroneamente considerata dai più immutabile il cumulo di innovazioni che le tre rivoluzioni industriali precedenti hanno apportato alla realtà attuale (non si vedono in giro fenomeni di luddismo e proteste contro la società dei consumi).

Venendo meno la fase dittatoriale vera e propria, viene meno anche la fase di resistenza pura; la partita che è stata giocata in questi mesi tra i governi e la parte di cittadini più consapevoli era quella che aveva, come posta in gioco, l’avvio o meno in Italia del Grande Reset; questa partita è stata vinta nettamente dal potere, il Green Pass è passato, e con esso il progetto del Grande Reset concretizzato in Italia attraverso il PNRR. Da parte nostra quindi la resistenza pura e semplice è fuori tempo, è anacronistica; calcisticamente parlando è come se il portiere restasse fermo davanti alla porta mentre l’altra squadra festeggia la vittoria. 

Se è vero che stiamo entrando in una fase di normalizzazione del nuovo assetto socio-economico significa che alla fine della normalizzazione avremo la “nuova normalità” come descritta, senza troppi giri di parole, dal World Economic Forum stesso. Se la prospettiva di lotta di fronte a un attacco in fieri e dagli esiti incerti è stata la resistenza, essa non è più sufficiente di fronte a un assetto sociale stabile che invece richiede un processo rivoluzionario per essere fronteggiato, cioè distrutto.

Questo non significa abbandonare la resistenza e la lotta di stampo sindacale contro il Green Pass, contro i vaccini obbligatori, contro le sospensioni eccetera ma significa strutturare la resistenza al Regime sul medio periodo  – senza negare per questo “picchi” di agitazione – in tutti gli aspetti della vita ma contemporaneamente lavorare al suo capovolgimento e quindi costruire quel processo di liberazione dal Regime e di conquista dello Stato ora detenuto dai funzionari del Regime. 

Posto che il Green Pass è uno strumento e che se anche venisse tolto definitivamente  – ipotesi improbabile – resterebbero gli altri aspetti della rivoluzione in corso (controllo tecnologico, emergenzialismo, stato di polizia…) occorre quindi che il movimento contro il green pass, preso atto che l’unica soluzione realistica è la Liberazione Nazionale, si domandi: da cosa si deve liberare, quali sono le caratteristiche del potere che ha operato in questi due anni, quali le strutture nazionali e sovranazionali di cui è espressione; significa uscire dalla bolla e dal ghetto politico della “lotta allo strumento” e rivolgere la contestazione non agli strumenti e ai provvedimenti ma agli artefici e al sistema di cui sono espressione. 

E domandarsi in ultimo: Se togliessero il Green Pass e le restrizioni, ora che ho provato sulla mia pelle l’ingiustizia, l’esclusione sociale, il ricatto e la precarietà dell’esistenza, riterrei ancora giusta la società precedente? 

Veronica Duranti

3 commenti su “Uno a zero: palla al centro”

  1. Condivido appieno la preoccupazione verso il rischio di questo processo di normalizzazione che porta con sé il pericolo di quel fenomeno identificato già in Weber circa l’interiorizzazione del comando oltre ad un altro fenomeno ben noto come l’interiorizzazione dell’inferiorità, insieme produco sudditanza.

    Quello a cui stiamo assistendo e che in parte si è permesso da troppo tempo, è un attacco proprio alla figura del Cittadino in quanto parte attiva di un complesso sociale, affinché rimangano solo sudditi o schiavi così da non costituirsi mai come ostacolo alla volontà di potenza del potere costituito.

    Quel cittadino che attraverso l’esercizio della cittadinanza rappresenta l’ultimo, ma anche unico vero baluardo non solo di principi fondamentali poi recepiti/riportati in varie Costituzioni o Trattati, ma finanche delle loro premesse.

    La visione imperante è quella di uno Stato, non come strumento per perseguire obiettivi comuni o avente funzioni ri-equilibratrici della società, bensì come strumento di dominio appannaggio dei pochi.

    A partire da una profonda auto-critica dei singoli e sulla rinuncia volontaria nel tempo, quasi un’abdicazione, all’esercizio della cittadinanza, si dovrà anche ragionare e intervenire su quello che è l’apparato burocratico dello Stato che ruota attorno a formalismi rimanendo indifferente alla sostanza degli accadimenti e loro conseguenze.
    Soggetto quasi immutabile che sopravvive agli eventi e forse più di altri, e ancora una volta, responsabile di quella banalità del male che emerge in periodi come questi.

    Quindi per rispondere alla domanda retorica: no non lo è e sì dobbiamo ammettere che abbiamo perso la partita, ma dobbiamo prepararci all’idea che c’è un campionato da giocare.

    grazie per la stimolante riflessione

  2. Occupiamo le istituzioni con la nuova cultura di un movimento informale per la responsabilità civile collettiva, basato su competenze ed etica. Formiamo una nuova classe politica di giovani preparati e onesti.

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