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La guerra, i media e la nostra capacità di scelta

di Marco Zuccaro

È veramente preoccupante la facilità con la quale riescono a deviare le nostre attività mentali costringendoci a focalizzarci su ciò che essi vogliono. È vero che gli eventi degli ultimi giorni hanno una loro rilevanza storica notevole, ma è pur vero che il conflitto in Donbass va avanti già da otto anni, ed è altrettanto vero che, fino all’altro ieri, del Donbass, degli ucraini, dei russofoni e delle loro sofferenze non fregava un emerito a nessuno di noi (con le dovute eccezioni), mentre adesso a migliaia scendono in piazza con una bandiera non loro – teleguidati più che eterodiretti – per manifestare in difesa di un popolo di cui non sanno nulla, che è in guerra per cause di cui essi non sanno nulla. Così: un giorno siamo indifferenti, il giorno dopo manifestiamo a comando; il giorno dopo ancora scopriamo che altre guerre vengono costantemente combattute in tutto il mondo, però in piazza per esse non scendiamo mica, no; e perché non scendiamo in piazza per esse? Perché Kiev è più vicina a noi che gli altri siti bellici? Non proprio, visto che Belgrado è a noi ancor più vicina eppure non fummo capaci di realizzare (o di far realizzare alla collettività) quale genocidio stesse commettendo la NATO in Serbia (figurarsi immaginare di fermarlo). La ragione per la quale siamo insensibili alle altre guerre non è di tipo geografico; forse essa ha a che fare con l’etnia e il razzismo intrinseco in ciascuno di noi – siamo tutti razzisti, ma non si può dire; in Europa si prova empatia per i bianchi e per i cristiani piuttosto che per tutti gli altri, e i recentissimi fatti accaduti in Polonia sono lì a ricordarcelo: ma non si può dire -, epperò il cuore di questa faccenda è solo il seguente: ci muoviamo secondo ciò che dicono i media, punto. Se vi sono altre guerre nel mondo, se in Donbass si bombarda da otto anni, se in Ruanda si compie una strage, è irrilevante: noi non ne parliamo finché non ne parlano i media. Il che è assai angosciante, significando che, già da un bel pezzo, la realtà sta inseguendo i media, e non viceversa. Chi sa cosa potrebbe pensare uno sconosciuto, per queste mie parole. Potrebbe credere ch’io sia una specie di spia russa in incognito, e allora sarà forse il caso di dire che, ai miei occhi, l’uscita dalla NATO e dall’Unione Europea non ha nulla a che vedere con Putin e Mosca. Sono questioni completamente slegate. Ritengo che intendersi sulle crudeltà e sulle malvagità compiute da organizzazioni come la NATO e la UE costituisca la base fondamentale sulla quale costruire ogni altro tipo di discorso politico. Comprendere questo è comprendere che l’appartenenza al blocco occidentale implica una compromissione insanabile sul piano morale, cui segue sempre un peggioramento delle condizioni di vita sul piano concreto. Del resto, opporsi a Washington e a Bruxelles non significa certo essere filorussi; mentre il non essere filorussi non comporta il dover sostenere la NATO. Per fortuna non abbiamo alcun bisogno di scegliere tra gli Stati Uniti (o chi per loro) e la Russia, proprio perché non dovremmo avere alcun bisogno di eleggere un padrone che ci dica cosa fare (e mi perdonino coloro i quali pontificano sul cosiddetto “posizionamento geopolitico” del nostro Paese pur di non riconoscere di essere affetti dalla sindrome dello schiavo). Uscire dall’Unione Europea e dalla NATO è una nostra vitale necessità, che riguarda non già le nostre preferenze sulle super potenze del mondo, bensì la nostra liberazione, la nostra emancipazione, la possibilità di vivere in una società migliore di quella attuale. Quest’ultima, d’altro canto, negli ultimi decenni si è caratterizzata per una sempre maggiore subalternità verso poteri più o meno occulti, al punto che negli ultimi due anni – anticipando quel che accadrà nel prossimo futuro – tale subalternità ha iniziato a somigliare pericolosamente alla schiavitù. Come se essere dei servi non fosse già di per sé compromettente, procediamo per assumere la qualifica di schiavi con orgoglio e fierezza, mentre esponiamo bandiere straniere per ordine del World Economic Forum.

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