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La tessera verde è la riprova della guerra civile perenne



Di Riccardo Giovannetti:

«Un giorno, mentre Caino e Abele stavano parlando insieme nei campi, Caino si scagliò contro Abele suo fratello e lo uccise.
Il Signore chiese a Caino:
– Dov’è tuo fratello?
– Non so, – rispose Caino.
– Sono forse io il custode di mio fratello?»1
Genesi, 4, 8-9

Perturbamento. Questo è lo stato d’animo che suscita la risposta di Caino alla domanda del Signore. Caino, un uomo e un fratello che in virtù del sentimento o – cristianamente parlando – del vizio più deplorevole, ovvero l’invidia, è tanto accecato dall’odio quanto disposto ad aspergere il suo stesso sangue e a ribattere coraggiosamente a Dio l’indifferenza verso le sorti del proprio fratello e, implicitamente, l’inesistenza di un legame di sangue. Tuttavia, se proseguissimo nella lettura dei versetti seguenti, scopriremmo che il Caino apparentemente baldanzoso e incurante dell’integrità di Abele è in verità corroso dal senso di colpa, un rimorso tradito dalla consapevolezza di aver compiuto un gesto imperdonabile1.

L’atto compiuto è tragico, crudele e il sangue versato è uno spettacolo suggestivo, certamente, ma allo stesso tempo è così umanizzante. Nonostante ciò, la dinamica di odio fraterno non deve stupire, poiché così fu, così è e così sarà in principio. È la lotta eterna delle parzialità, è il conflitto tra le opposte fazioni, la volontà desiderante e godente delle rispettive parti nel contribuire, se non addirittura nell’agire in prima persona alla frenetica corsa nello spegnere l’esistenza dell’altro.

È la condizione di conflitto intestino che gli esseri umani affrontano quotidianamente nelle sue infinite sfaccettature, quella contrapposizione dalla quale derivano i disagi sociali, e non solo, di ieri e di oggi, e che spingono il nostro sguardo a mirare con sofferenza e timore quell’orizzonte dalle tinte stigie. Un orizzonte verso il quale siamo attratti inevitabilmente, che ci fissa a monito della micidiale mattanza: fratelli contro fratelli. Sì, quell’orizzonte spesso dimenticato – vuoi per ignoranza, vuoi per volontà – e accantonato negli antri profondi di noi stessi affinché il nostro ‘io’ non lo trovasse e non lo sottoponesse a critica e giudizio. Un orizzonte così vicino da percepirne il respiro, le palpitazioni, la carne viva, che si mostra ancora una volta ai nostri occhi nella sua vibrante crudeltà, tanto verace quanto violenta, cieca e priva di concetti quali ‘giusto’ e ‘sbagliato’, in due parole: guerra civile.

Il nostro paese non è orfano della violenza fratricida, e rievocando e ripassando la Storia – il che non fa mai male! – poco meno di ottant’anni fa le città, i borghi e le campagne del nostro Paese furono letteralmente sviscerate per due lunghi e tragici anni, durante i quali gli italiani si ammazzarono l’un l’altro senza pietà2, chi affrontando l’avversario lealmente e chi abbandonandosi a vendette efferate, spesso approfittando del caos per nascondersi all’ombra dell’impunità.

Oggi, come ieri, non è difficile applicare il concetto di ‘guerra fratricida’ all’attualità, ognuno di noi, nessuno escluso, rientra nel gioco delle violente contrapposizioni in virtù della presa di posizione, e il gergo utilizzato ne è l’esemplificazione: vaccinati e non vaccinati, niente più; fautori e oppositori della ‘tessera verde’, niente più. Sempre la medesima storia, destinati ad essere guelfi e ghibellini.

Questo spartiacque creatosi – anche volutamente – non è segnato dalla lotta armata, non ci sono gli agguati né tantomeno i morti per le strade, così come non abbiamo ancora assistito alle rappresaglie. Tuttavia, il clima di avversione delirante nei confronti di chi ha scelto una bandiera diversa da quella innalzata dalla maggioranza inamidata, sempre pronta con il ditino alzato, non è mai stato di buon auspicio e le parole e le espressioni di condanna scagliate ad alzo zero hanno fertilizzato un terreno sociale già gravido di odio.

Un sentito “ringraziamento” lo si deve a quella parte dell’informazione italiana, protagonista indiscussa nell’aver alimentato l’astio e il livore mediante la studiata e ricercata semplificazione semantica che ha fatto breccia nel mediocre bagaglio culturale della maggioranza dei cittadini, vittime, e non colpevoli, di una società che uccide l’istruzione e la formazione intellettuale. E ancora, un’informazione vigile e pronta a scrutare la realtà per distorcerne i volti, tinteggiarla di tonalità fosche e calcarne le tinte, esasperando le opinioni, nonché i giudizi nei confronti di chi ha scelto di non accettare il ricatto!

Tutto questo non toglie che chi si è schierato contro la ‘tessera verde’ non abbia avuto le sue crisi e i suoi dubbi, quell’incognita echeggiante nella propria mente per cui ci si è domandati se la scelta fatta fosse quella giusta o se invece non fosse stato più semplice accettare l’unzione con tanto di ‘lasciapassare’, simbolo e strumento di un nuovo modello di società aberrante che avanza.

Il timore è che la dicotomia concretizzatasi in seguito alla crisi pandemica non è stata una parentesi né tale rimarrà nell’avvenire. Qualcuno la potrebbe considerare con sufficienza e reputarla insignificante, un intermezzo interpostosi tra gli infiniti intervalli passati e futuri che costellano le nostre insipide vite. Ma io vi domando: siamo – siete – sicuri che alla parentesi iniziale di questo percorso infernale possa corrispondere necessariamente una parentesi di chiusura? Per quale ragione dovrebbe mai conchiudersi quest’esperienza di vita? Qualcuno desidera veramente la fine di questa follia?

Qualche d’uno dei lettori potrebbe replicare che basterebbe leggere i nuovi decreti-legge dell’esecutivo italiano o affidarsi semplicemente ai ‘promettenti’ titoli delle testate giornalistiche per non lasciarsi prendere dallo sconforto e, anzi, avere fiducia in una sua conclusione fiabesca.

Come si può pensare che questo abbia una fine? Piuttosto, fossi in voi, mi domanderei se questo cammino abbia un fine, anziché una fine. Esiste un obbiettivo? Esiste un ‘eschaton’?

Il paradosso dell’essere umano è quello di essere pura contraddizione, il che lo rende irresistibile e detestabile al tempo stesso. E la guerra civile altro non è che il riflesso delle contraddizioni del genere umano, disposto ad amare suo fratello e subito dopo ad ucciderlo in virtù del conflitto noi-loro, niente più. L’atto di denigrare, escludere o, addirittura, uccidere un fratello può essere condannato fin quanto vogliamo, ciononostante tutto questo è connaturato alla natura umana, e Caino l’ha dimostrato con l’invidia verso Abele.

La verità è che l’odio fratricida non se n’è mai andato via e i sentimenti più difficili da nutrire sono la pietà e il perdono.

Ebbene, giunti a questo punto, che cosa rimane? I miti e poi gli archetipi della violenza intestina, atto fondativo delle civiltà susseguitesi nel corso degli eventi: Krṣṇa e Arjuna, niente più. Caino e Abele, niente più. Romolo e Remo, niente più. E se queste dicotomie sono state la base fondante di civiltà e società, chi dice che la lotta tra chi ha barattato i propri diritti con l’evoluzione del codice a barre, il cosiddetto ‘Qr code’, e chi invece non ha accettato quest’intimidazione e ha utilizzato questo strumento semplicemente per sopravvivere non possa essere l’ulteriore riprova che alla base delle società umane dimora il conflitto? Citando uno scrittore e giornalista italiano, Pietrangelo Buttafuoco, «la parte sbagliata è, in verità, consustanziale alla parte giusta»3. Ma allora che cos’è ‘giusto’? Che cos’è ‘sbagliato’? E se si trattasse esclusivamente di punti di vista contrastanti e di due idee di società che lottano per resistere e annientare l’altra?

Per concludere, mi raccomando con chi legge, in particolare con chi si trova dall’altra parte della barricata, quando oggi scenderà per le strade e si assieperà nelle piazze in occasione della ricorrenza della Festa della Liberazione per brindare al 25 aprile e per gridare a squarcia gola concetti quali ‘libertà’, ‘democrazia’, ‘mai più discriminazioni’, ‘mai più fascismi’ e ‘Costituzione’, non si dimentichi di coloro che per mesi interi sono stati esclusi dai luoghi pubblici e privati, dalle biblioteche, dai musei, dai locali, dagli uffici, dalle scuole e dalle università per non essersi abbassati a un ricatto subdolo e vergognoso. Ricordatevi che c’è stato e ci sarà chi lotta affinché non si concretizzi questa nuova forma mentis di considerare la realtà e i propri diritti come una ‘concessione’ tout court. Poiché, qualora ciò accadesse, desidererei tanto che così come mi è stato concesso il beneficio del dubbio, egualmente vorrei mi fosse concessa la possibilità di congedarmi da questa società. Ma prima che questo accada, lo spirito resisterà con dedizione e sforzo contro chiunque, giacché come insegna il profeta Almustafa agli abitanti della città di Orphalese:

«Ed è nel mantenervi con fatica che voi in verità amate la vita,

E amare la vita attraverso la fatica significa essere molto prossimi al suo segreto più profondo»4

1 David Armitage, Guerre Civili. Una storia attraverso le idee, Donzelli editore, Roma, 2017, p.11

2 Renzo De Felice , Rosso e Nero, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, p.22

3 Sergio Tau, La repubblica dei vinti. Storie di italiani a Salò, Marsilio Editori, Venezia, 2018, cit., p.9

4 Kahlil Gibran, Il profeta, Feltrinelli Editore, Milano, 1991, cit., p.26

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