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Generazione “né…né”



Di Veronica Duranti:

La famosa serie Black Mirror il cui titolo si ispira agli schermi neri dei nostri smartphone, computer e televisori, mette in scena le peggiori implicazioni delle moderne tecnologie, tra cui la valutazione sociale con punteggio dei cittadini, tema di grande attualità.

La serie è caratterizzata dall’utilizzo di colori pastello ed è interessante come i colori pastello, per quella che è la loro definizione, siano i colori più adeguati a colorare una società distopica, come quelle descritte da Orwell o Huxley.

I colori pastello sono una famiglia di colori caratterizzata da un valore elevato di luminosità e una saturazione bassa o intermedia. Sono colori tenui, quasi neutri e senza un contenuto cromatico forte.

Non è forse una società vuota, priva di grandi idee, ma al contrario caratterizzata da opinioni “tenui, quasi neutre” e scevre da un contenuto ideale forte quella in cui governa la tecnica e scompare la Politica? Non è forse la società del controllo e della sorveglianza totale quella che vuole persone incapaci di tensioni ideali verso un mondo migliore?

Non è forse più facile dominare persone con “idee pastello” piuttosto che persone con “idee dal contenuto cromatico forte”?

Serpeggia invece anche mezzo a chi dovrebbe contrastare la deriva in corso, la malsana concezione, erroneamente considerata antisistemica, che assumere posizioni e avere idee nette e radicali sia sintomo di scarso pensiero critico, quando esse non vengono relegate direttamente al “tifo da stadio” o all’etremismo.

Se il dubbio è sempre lecito e necessario, se nessuna idea o analisi della realtà deve diventare un dogma ma essere sempre cambiata laddove confutata, non è meno vero che non ci si può asserragliare dietro al “pensiero critico e aperto” per evitare di assumere posizioni considerate “troppo radicali” o di propagandare idee “troppo forti”.

La ricerca del nuovo portata a livelli parossistici o è sintomo di totale non conoscenza del vecchio considerato da molti, come direbbe Pasolini, “culturame” o è sempre una scusa per evitare di fare i conti con le idee forti del passato, non per il loro contenuto in sé, ma perché “forti”, radicali e quindi capaci di mettere a tutti sotto agli occhi il nulla imperante della post-ideologia che vuole burattini “senza infamia e senza lode” e della quale, volenti o nolenti, siamo tutti un po’ vittime.

È vero senza dubbio che non bisogna guardare a ideologie del passato e applicarle tout court, il mondo cambia e servono nuovi strumenti teorici e pratici per potervi incidere; basti pensare al discorso della digitalizzazione, alla bioetica e alla produzione filosofica che richiederà l’applicazione dell’intelligenza artificiale. Anche la stessa categoria di classe sociale è mutata ed ora in particolare sta mutando; si pensi ad esempio al concetto di “classe lavoratrice” e di come essa sia cambiata dalla prima rivoluzione industriale fino ad oggi.

Ma è anche vero che certe categorie sono, in un certo senso, eterne, e non c’è nessuna necessità di cercare il nuovo quando vecchie questioni e problemi sono ancora qui in mezzo a noi e incidono nella vita di milioni di esseri umani. Quando si parla di giustizia sociale, di sfruttamento, di sovranità, di imperialismo, di libertà non c’è bisogno di immaginare “il nuovo” e guardare al “vecchio” con disprezzo e altezzosità; assumere determinate posizioni, radicali e senza compromessi di sorta, non è “tifoseria da stadio” e additare in tal modo chi le assume non né tolleranza né pensiero critico ma assenza di idee o paura di esprimerle, e non so quale delle due sia migliore.

Citando Antonio Gramsci “non mi importa di essere lo scopritore dell’uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l’intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi, giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare. […..]

La più trita verità non è mai stata ripetuta quanto basti perché essa diventi massima e stimolo all’azione in tutti gli uomini”.

Chi vuole cambiare la realtà e non solo lamentarsi di quanto sia ingiusta, non può illudersi di farlo con la “neutralità” e una presunta moderazione; “né….né” è una strada comoda, che mantiene senza dubbio nella cerchia dei “pensatori critici contro il sistema” ma sicuramente non serve a cambiare la realtà.

Emblematico della perdita di radicalità e di idealità è che dal dizionario dei giovani è scomparso il termine “Rivoluzione” e se è vero che si pensa con le parole che si conoscono e si utilizzano, questo è un grande successo delle classi dominanti; rendere le future generazioni incapaci di rovesciarle sentendosi anche fiere della loro “moderazione” e del loro “pensiero critico”, che resta però pura critica e dubbio per così tanto tempo che alla fine è incapace di formulare un’idea e di tradurla in azione.

Non si fa Politica con i “né…né”, la neutralità non esiste e anche assumere una posizione neutrale non ha mai effetti neutrali, spesso va a vantaggio del più forte perché volenti o nolenti noi condividiamo il mondo con i nostri oppressori e non ci possiamo estraniare da esso; la neutralità, non sempre ma spesso, è solo una forma raffinata di indifferenza e sempre citando Gramsci (quindi roba vecchia e fortemente ideologica), “l’indifferenza è il peso morto della storia”.

1 commento su “Generazione “né…né””

  1. Analisi lucida e assolutamente condivisibile per una persona come me che ha superato i 60 anni ed ha avuto la fortuna di formarsi in una scuola in cui lo spirito critico era ancora un valore e quella di Gramsci una lezione imprescindibile.
    Purtroppo la subcultura neoliberista è riuscita a devastare, in ogni campo e forma dell’insegnamento, tutto ciò che aiutava le persone a superare quello che Kant chiamava lo “stato di minorità”.
    Circa due secoli prima di Kant, La Boètie, nel suo celebre discorso, aveva caratterizzato tale stato come “servitù volontaria”.
    Mantenere le persone nell’ignoranza, in questo stato di minorità e di servitù volontaria, è la costante preoccupazione delle élites dominanti e dei criminali che ci governano.

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