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Agli studenti contro il green pass e ai miei coetanei



Di Veronica Duranti:

Parte di quanto segue è preso da due articoli pubblicati in precedenza

Non esiste nessuna ragione per illudersi che la fine dello stato di emergenza comporti effettivamente il ripristino delle condizioni antecedenti al duemilaventi, anzi, tutte le scelte e le dichiarazioni di Mario Draghi, di esponenti del governo e di istituzioni internazionali come il WEF evidenziano come la struttura implementata durante l’emergenza sia ormai entrata a tutti gli effetti tra gli strumenti di governo, pronta ad essere tirata fuori al momento necessario. Tuttavia, anche se temporaneamente, il nostro nemico sembra intenzionato a concederci una tregua per quanto riguarda le libertà fondamentali. Ci concede una tregua perché la narrazione pandemica stava perdendo la presa e la forza disciplinatrice sulle persone; tra le masse, anche tra i più assuefatti  alla versione ufficiale, iniziava a serpeggiare il malcontento per la gestione della pandemia e la conta giornaliera dei positivi era diventata ormai routine, non più in grado di creare un immaginario emergenziale, prima sostituito dall’ipotesi di guerra nucleare (per colpa di Putin ovviamente, come per colpa dei no vax si rischiava la risalita dei contagi) ora dall’emergenza energetica e climatica. La guerra è però, dietro la sua  esasperazione mediatica un problema reale, i cui esiti segneranno il futuro del mondo per i prossimi decenni oltre che comportare conseguenze catastrofiche immediate. La presenza dell’Italia nella NATO e la sua storica condizione di protettorato statunitense, che ora, con Mario Draghi Presidente del Consiglio rasenta quella di colonia, la costringe a rinunciare a una politica estera autonoma, impossibile da avere in assenza di sovranità militare e la obbliga ad una posizione cobelligerante. 

Nonostante questa momentanea tregua è di fondamentale importanza comprendere che il tempo a nostra disposizione sarà breve perché né la prospettiva di una possibile guerra né la reale esigenza di risanare il tessuto economico post-covid portano il governo, almeno per ora, a intraprendere politiche realmente espansive e a mettere in campo interventi di sicurezza sociale; l’impatto delle misure restrittive unito all’aumento dei prezzi dell’energia e alla irreperibilità delle materie prime, nonché le misure nettamente liberiste come quelle di privatizzazione globale dei servizi pubblici locali o i tagli alla sanità, previsti per sei miliardi da qui al duemilaventiquattro, inseriti nel quadro di riassetto generale del sistema capitalistico  che sta avvenendo con il Grande Reset, creeranno sempre più nuovi poveri e una situazione sociale sempre più tesa, senza considerare le potenziali conseguenze dell’emergenza ambientale ed energetica, vera o indotta che sia, come razionamenti, blackout, irreperibilità dei generi di prima necessità. È probabile e da parte mia auspicabile che il prossimo autunno sia un autunno caldo; la questione delle libertà fondamentali, cioè il green pass, sarà sostituita o accompagnata dalla questione economico-sociale. Senza dubbio una nuova ondata di proteste, in assenza di interventi seri da parte del governo è inevitabile nel prossimo futuro, ricordando a tal proposito che le primissime proteste scoppiarono proprio per ragioni economiche a seguito delle chiusure delle attività commerciali del governo Conte.  Non bisogna quindi adagiarsi nella libertà provvisoria che ci concedono, ma occorre invece approfittare della momentanea tranquillità per riorganizzare l’opposizione al governo in modo tale che possa fungere da fondamenta organizzative e da faro ideale del nuovo movimento di protesta che si prospetta all’orizzonte e che avrà caratteristiche e rivendicazioni molto diverse da quelle che hanno dominato le piazze in questi due anni. In assenza di questo, la pena per la mancata evoluzione, sarà la scomparsa o l’irrilevanza sociale , prima che politica dei movimenti no green pass. Quando in piazza scenderanno i disoccupati, gli operai, i lavoratori della piccola imprenditoria che hanno perso la propria attività, quando, pur senza la vigenza del green pass migliaia di ragazzi non si iscriveranno all’università perché non avranno una condizione economica tale da poterlo fare, quando, le libertà individuali saranno ripristinate ma migliaia di persone non avranno un reddito per poterle esercitare, chi è stato in piazza negli ultimi due anni ha, in un certo senso, il compito e il dovere storico di dare una risposta a quelle masse. Un intero mondo è morto nel duemilaventi, spetta a chi ha assistito alla sua morte e lottato fino alla fine affinché non avvenisse ricostruire dalle macerie. Per fare questo, però, occorre riscoprire quello che la società occidentale in generale, il neoliberismo in particolare, ha cancellato e cioè il sogno, l’utopia. “There is not Alternative” è la frase con cui Margaret Thatcher ha sentenziato l’unicità del modello economico capitalistico neoliberista, il suo essere un dato di fatto al pari di un sistema naturale ed è proprio quella frase che è entrata nella mente di tutti. In tutti, anche in quelli che si ritengono rivoluzionari o che lottano per una società migliore, è spesso presente il retropensiero che sia impossibile cambiare veramente la società. Ovviamente è un’illusione poiché in primis non esistono sistemi economici e sociali dati per natura e in secondo luogo non esiste nessun sistema costruito dall’uomo che l’uomo stesso non sia in grado di distruggere e sostituire. E’ necessario prepararsi all’autunno e al prossimo futuro, approfittare della tregua temporanea per passare dalle negazioni e dalle posizioni oppositive, che non sono più sufficienti e pongono le persone in una condizione di eterna reazione all’ambiente circostante a posizioni attive e propositive. 

Se il dubbio è sempre lecito e necessario, 

se nessuna idea o analisi della realtà deve diventare un dogma ma essere sempre cambiata laddove confutata, non è meno vero che non ci si può asserragliare dietro al “pensiero critico e aperto” per evitare di assumere posizioni considerate “troppo radicali” o di propagandare idee “troppo forti”.

La ricerca del nuovo portata a livelli parossistici o è sintomo di totale non conoscenza del vecchio considerato da molti, come direbbe Pasolini, “culturame” o è sempre una scusa per evitare di fare i conti con le idee forti del passato, non per il loro contenuto in sé, ma perché “forti”, radicali e quindi capaci di mettere a tutti sotto agli occhi il nulla imperante della post-ideologia che vuole burattini “senza infamia e senza lode” e della quale, volenti o nolenti, siamo tutti un po’ vittime.

È vero senza dubbio che non bisogna guardare a ideologie del passato e applicarle tout court, il mondo cambia e servono nuovi strumenti teorici e pratici per potervi incidere; basti pensare al discorso della digitalizzazione, alla bioetica e alla produzione filosofica che richiederà l’applicazione dell’intelligenza artificiale. Anche la stessa categoria di classe sociale è mutata ed ora in particolare sta mutando; si pensi ad esempio al concetto di “classe lavoratrice” e di come essa sia cambiata dalla prima rivoluzione industriale fino ad oggi.

Ma è anche vero che certe categorie sono, in un certo senso, eterne, e non c’è nessuna necessità di cercare il nuovo quando vecchie questioni e problemi sono ancora qui in mezzo a noi e incidono nella vita di milioni di esseri umani. Quando si parla di giustizia sociale, di sfruttamento, di sovranità, di imperialismo, di libertà non c’è bisogno di immaginare “il nuovo” e guardare al “vecchio” con disprezzo e altezzosità; assumere determinate posizioni, radicali e senza compromessi di sorta, non è “tifoseria da stadio” e additare in tal modo chi le assume non né tolleranza né pensiero critico ma assenza di idee o paura di esprimerle, e non so quale delle due sia migliore.

Citando Antonio Gramsci “non mi importa di essere lo scopritore dell’uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l’intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi, giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare. […..]

La più trita verità non è mai stata ripetuta quanto basti perché essa diventi massima e stimolo all’azione in tutti gli uomini”.

Chi vuole cambiare la realtà e non solo lamentarsi di quanto sia ingiusta, non può illudersi di farlo con la “neutralità” e una presunta moderazione; “né….né” è una strada comoda, che mantiene senza dubbio nella cerchia dei “pensatori critici contro il sistema” ma sicuramente non serve a cambiare la realtà.

Emblematico della perdita di radicalità e di idealità è che dal dizionario dei giovani è scomparso il termine “Rivoluzione” e se è vero che si pensa con le parole che si conoscono e si utilizzano, questo è un grande successo delle classi dominanti; rendere le future generazioni incapaci di rovesciarle sentendosi anche fiere della loro “moderazione” e del loro “pensiero critico”, che resta però pura critica e dubbio per così tanto tempo che alla fine è incapace di formulare un’idea e di tradurla in azione.

Non si fa Politica con i “né…né”, la neutralità non esiste e anche assumere una posizione neutrale non ha mai effetti neutrali, spesso va a vantaggio del più forte perché volenti o nolenti noi condividiamo il mondo con i nostri oppressori e non ci possiamo estraniare da esso; la neutralità, non sempre ma spesso, è solo una forma raffinata di indifferenza e sempre citando Gramsci (quindi roba vecchia e fortemente ideologica), “l’indifferenza è il peso morto della storia”.

Bisogna decidere per quale società e per quali valori lottare e indicarlo alle migliaia di persone che si solleveranno nei prossimi mesi in risposta alla crisi sociale all’orizzonte.  

Quanto fatto fino ad ora dal movimento studentesco Studenti contro il Green Pass è un’opera miracolosa. Il fatto che dopo anni di distruzione dei corpi intermedi, di depoliticizzazione e di disinteresse per la realtà circostante centinaia di studenti si siano autorganizzati, senza l’aiuto di nessuno, costituendo una reale opposizione sociale al sistema, l’unica autentica dato che i sindacati studenteschi e i movimenti giovanili, salvo poche eccezioni, hanno spostato completamente la narrazione sul Covid e da anni ormai rappresentano solo luoghi di mero ribellismo totalmente subordinati all’ideologia dominante e interni al sistema. Al di là delle belle frasi urlate in piazza che inneggiano a fare di ogni scuola e una università una barricata, non esiste un autentico movimento studentesco antisistemico e la sottoscritta non crede di peccare di presunzione se ne riconosce uno solo, in Studenti contro il Green Pass, dopo decenni di pasoliniana omologazione.

Ma questo purtroppo non è più sufficiente, chi oggi ha venti o trenta anni si trova di fronte alla responsabilità di prendere in mano la situazione di questo paese e di farlo ponendo al centro della riflessione non  le preferenza personali (o anche di gruppo) ma le richieste che questo momento impone.

Il tempo paradossalmente, per la prima volta forse, non è alleato neanche dei giovani ai quali tocca il compito non solo di immaginare il futuro e la società che idealmente vorrebbero, ma di prendere in mano la situazione e di prendercela adesso. Non esistono scuse e giustificazioni di sorta, se non il non interesse e la mancanza di volontà – che non sarebbe una giustificazione ma una precisa scelta – per non assumersi sulle proprie spalle la responsabilità di intervenire nella realtà che abbiamo sotto agli occhi. E se qualcuno ha delle giustificazioni le può ripetere di fronte ai monumenti di chi a diciassette, venti o venticinque anni imbracciò un fucile. A noi viene richiesto molto meno.

“Anticipo soltanto alcuni concetti che è bene tengano presenti (e se ne facciano guidare) tutti coloro che hanno il compito (o ritengono di poterselo assumere) di “guidare gli altri”. Questione molto complessa, come tutti capiamo. Ma inevitabile. In questo momento milioni, forse miliardi, di persone, cominciano a percepire (non capire, solo percepire) che stiamo entrando in un mondo nuovo, e molto pericoloso. Molti usano, anche con una certa leggerezza, il termine “siamo in guerra”. Ma non hanno mai pensato che ci si sarebbero trovati in mezzo. Si percepisce la paura, l’angoscia, la sorpresa. Ma non si hanno soluzioni. L’ho detto ripetutamente in questi anni: Quando si accenderà la luce in cantina, la gran parte degli scarafaggi fuggirà in tutte le direzioni, nel panico. Ecco perché ci sarà bisogno di una guida, per evitare che ciascuno cerchi, senza trovarla, la via per salvarsi.

Una guida deve saper misurare gli eventi. Deve evitare le confusioni sovrapponendo cose distinte che non hanno relazioni le una con le altre. Deve saper scegliere ciò che è importante e primario da ciò che non lo è. Sarà “l’arte della distinzione” a determinare chi guida e chi non sarà capace di farlo. Bisognerà impararla.

Una cosa è certa, per me: il mondo in cui vivevamo “prima” era un mondo impazzito. Insostenibile. Ci siamo entrati dentro con l’illusione che fosse l’unico mondo possibile. Adesso dobbiamo cominciare a fare i conti con la realtà: non era l’unico possibile. E ci sembrava il più comodo, il più gradevole. Non era nemmeno questo. Quello che verrà sarà sicuramente meno comodo e più pericoloso. Ho trascorso anni della mia vita sentendo legioni di sciocchi darmi del catastrofista perché “vedevo” la guerra che si avvicinava. Adesso è arrivata. È arrivata, in modo relativamente inatteso, prima di quell’altra che mi attendevo e mi attendo tuttora. Perché siamo in guerra contro la Natura, cioè contro noi stessi. Il virus è altra cosa rispetto all’atomica, ma il suo potenziale “eversivo” è perfino peggiore. Ed è arrivato. È anch’esso il prodotto del “progresso”, che tutti pensano ancora come positivo. Invece molte cose, e parole, dovremo cambiare se vorremo sopravvivere. E lo vogliamo tutti. C’è un modo, però, che ci impedirebbe di farlo e ci esporrebbe al disastro finale: quello di pensare di tornare indietro, al mondo insostenibile in cui vivevamo (male). È pieno il mondo di gente che pensa di tornare indietro, conservatori e rivoluzionari, tutti insieme. Io penso che bisogni guardare avanti. Ma, per guardare avanti bisogna alzare la testa. E la schiena.” 

Giulietto Chiesa

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