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Liberalismo e Green Pass: un rapporto di autentica conflittualità



Di Giorgio Toso:

Premessa

Ritengo sia utile e stimolante che i miei colleghi universitari contrari alla certificazione verde leggano il testo di un loro pari convintamente antisocialista e liberista, perciò intollerante a ogni sistema di controllo e premiazione sociale – quale è il green pass – per capirne la prospettiva.
Il fine ultimo di questo testo è dare un contributo nella definizione politica del Movimento attraverso un’etica di libertà coerente e con la contrarietà alla certificazione verde e con ogni altro virtuale sopruso dell’autoproprietà dei cittadini.
Si cercherà superficialmente di riqualificare alcuni termini alterati e ostracizzati da quasi 100 anni di dottrine socialiste e divenute bagaglio inconscio della maggioranza dei miei colleghi, costituendo il principale bias per il quale si è incapaci di pensare altrimenti persino un’utopia, che sempre postula un’intromissione statale importante ed eccessiva, che non si capisce come non possa riguardare pure la proprietà del proprio corpo.

Perché almeno 15 milioni di italiani erano contrari al green pass?

Le proteste contro il green pass sono andate singhiozzando da gennaio, per poi terminare quasi definitivamente nel momento in cui la certificazione sanitaria ha smesso di costituire il metronomo delle attività più fondamentali.
Ciò che è mancato al dissenso – dopo che i portuali di Trieste sono stati sbaragliati a suon di idranti, lacrimogeni e forza bruta in ottobre – è stata la capacità di creare l’opportunità di imporsi come controparte contrattuale forte e credibile rispetto al governo Draghi.
L’impossibilità di soddisfare nel breve termine quel bisogno comune di eliminazione del lasciapassare ha condotto tanti alla resa, o alla disaffezione rispetto alla causa.
Da questa sommaria lettura del più recente passato si può comprendere quindi quale fosse la vera spinta fondamentale che ha acceso l’attivismo di 15 milioni di individui: una situazione di bisogno, il bisogno di rispondere ad una aggressione alla nostra autodeterminazione sanitaria; il bisogno di contrastare una longa manus statale pressoché totalizzante nella propria vita che non si vedeva proporzionata in relazione alla minaccia del covid 19.
Quasi 15 milioni di italiani hanno con forza ribadito il concetto di autoproprietà: il singolo è l’unico titolare del proprio corpo, non lo Stato.
Quasi inconsapevolmente, costoro hanno difeso la premessa stessa al diritto di proprietà.

Alcune inclinazioni politiche all’interno del Movimento, pur condivise dalla maggioranza dei suoi aderenti, rischiano di non risolvere eventuali e future aggressioni alla proprietà su di sé e su ciò che si possiede legittimamente.

Ritengo che il Movimento stia per operare quel passo evolutivo necessitato che lo porterà ad una trasformazione in qualche cosa d’altro.
Tuttavia, pur sospinto dalle migliori intenzioni, sta per imboccare inconsapevolmente un sentiero pericoloso, informato da ampollosi principi spuri che non riusciranno a soddisfare quel bisogno di tutela che tutti noi abbiamo avvertito e che potremmo avvertire in futuro.
Faccio riferimento al tanto invocato principio della giustizia sociale, che comporta sempre infatti una solidarietà collettiva obbligatoria e in potenza senza limiti.
Tale promessa di giustizia non fondata sul diritto ma – quasi – sul relativismo costituisce un’arma a doppio taglio, che oggi sembra legittimare le nostre pretese ma che, per come è stato utilizzato, ha giustificato pure ciò che abbiamo subìto e continuiamo a subire, e anzi, in futuro potrà essere invocato per motivare provvedimenti peggiori.
Non è forse per una questione di solidarietà obbligatoria che si è permesso allo Stato di intrufolarsi nel corpo e nelle libertà fondamentali dei cittadini in maniera soffocante attraverso il ricorso agli artt 2 e 32 della Costituzione?

E’ la collettivizzazione, o meglio la statalizzazione (che comporta sempre la possibilità di coercizione per ragioni politiche e quindi arbitrarie) di un interesse, come la solidarietà sanitaria – ma si pensi a cosa porterà il ricorso alla solidarietà in materia ambientale – ad aver permesso obblighi vaccinali e green pass.
Attraverso questa Carta, che tanto viene dai colleghi invocata per denunciare i soprusi subiti, nel momento più buio il potere non è stato frenato in alcun modo, ma legittimato.
Da ciò si può trarre una conclusione: la prima falsa credenza da cui il Movimento deve svincolarsi è la fede incrollabile verso lo Stato.
Carl Schmitt aveva saggiamente compreso che lo Stato vive di concetti teologici secolarizzati, e di questa secolarizzazione è testimone la fiducia inscalfibile con cui – pure pensando altrimenti – il dissenso non rinuncia all’impalcatura di Stato, alla sua indivisibilità ma contemporanea trinità di poteri, alle sue connaturate logiche prevaricatrici sui singoli.
Più nello specifico, alcuni colleghi per sostenere la propria contrarietà al green pass – in estrema e forzata sintesi – si appellano al fatto che esso costituisce il sottoprodotto occidentale e neoliberista di controllo delle masse per il conseguimento di un maggior profitto a vantaggio esclusivo di grandi multinazionali e che, essendo le controparti di enti sovrastati per contratti miliardari, riescono collusivamente a imporre – per avere più “roba” di verghiana memoria – un “siero sperimentale” alle classi, oramai sopraffatte.
L’aumento del profitto in capo ad alcuni comporta l’impoverimento della classe media, e così la sua incapacità di reggere i costi della concorrenza, condannandola ad una condizione di precariato e di barbaro sfruttamento.
In numerosi interventi a cui ho potuto assistere in questi mesi, vengono quindi collegate alle nuove occupazioni reputate servili e lesive dei privilegi di categoria (come Deliveroo; Glovo, Uber etc) le nuove abitudini diffuse (Erasmus; delocalizzare le proprie aziende in Stati più morbidi a livello fiscale, il riconoscimento di un salario troppo basso etc), inclinazioni di matrice atlantista.
E’ quindi l’esistenza di un disegno propedeutico a creare un uomo macchina e digitale, ormai glebalizzato e privo della protezione paternalistica del perimetro Stato nazionale a costituire la minaccia più che il fatto che esista una struttura che permette ad ogni pianificazione, finanche quella che noi si reputa essere giusta, di imporsi violentemente sugli altri.
Quindi, pare che a costoro vada bene un padrone statale – e ogni attacco violento alla proprietà che questo legifera – basta che a specificare cosa debba intendersi per giustizia sociale in un dato momento non sia il liquidatore d’Italia Draghi “burattino atlantista servo della finanza” di turno.
Insomma, l’essere studente contro il green pass equivale per molti a sposare un concentrato di dottrine marxiste-leniniste, a condannare il lucro in quanto malum in se, a nutrire una contrarietà all’incertezza connaturata alla libertà, ritenuta di ostacolo all’eliminazione definitiva delle classi sociali, all’accentramento dei mezzi di produzione e all’impedire che la concorrenza possa intaccare quelle conquiste di categoria tanto agognate.
Si delinea un mondo fermo, stagnante e burocratizzato, non fondato sulla proprietà privata e sullo scambio ma sui privilegi, sulla pianificazione centrale, sull’allocazione delle risorse da parte dello Stato, detentore dei mezzi di produzione e garante della sicurezza e della giustizia sociale.
Una ricostruzione di tal fatta – questa è la cosa più sorprendente e sconcertante – si concilia perfettamente con molte delle logiche sottostanti alle misure adottate dal nostro governo in questi mesi e astrattamente pure ad alcune campagne sposate da quel mainstream che tanto si disprezza, ma di cui si vuole soltanto prendere il posto: in fin dei conti, infatti, l’abolizione della vendita delle armi, il reddito di cittadinanza, il salario minimo, tassare sempre più i ricchi sono battaglie stataliste (socialiste), non liberiste.


Impedire la delocalizzazione per salvaguardare i posti di lavoro italiani è un attacco alla libertà economica dei privati; imporre tasse sempre maggiori ai singoli equivale ad attaccarne il reddito e la proprietà privata; allocare le risorse secondo logiche centrali dirigiste equivale a creare inflazione e scombussolare il sistema dei prezzi; imporre dazi equivale a non incentivare investimenti stranieri sul suolo nazionale.
Tali misure di giustizia sociale, di solidarietà, di welfare, oltre ad essere lesive della libertà di iniziativa privata, comportano un attacco alla proprietà e una consequenziale diminuzione della produzione.
Tutto ciò provoca un aumento della povertà.
Per la fretta di raggiungere la libertà economica – intesa come libertà dal bisogno – i metodi statalisti se ne allontanano pass(o) dopo pass(o). Credere che una (sedicente) opposizione possa ripensare la società in modo migliore rispetto al reale presuppone che si riesca ad identificare un elemento di diversità di base che distingua la proposta dallo status quo.
Tale operazione è impossibile con la posizione appena analizzata.
Non c’è futuro più tragico che una maggioranza e una minoranza in disaccordo solamente su come la coercizione di Stato debba attuare la giustizia sociale.
Non è forse lo Stato quel monopolista assoluto, quel più forte degli altri, che non si riesce nemmeno a identificare come il principale soggetto da limitare?

Quale alternativa suggerire?

Ciò che più è assurdo è come una battaglia di libertà – come è quella che vuole contrastare il green pass – sia stata fatta propria da chi si fa latore del principio di “giustizia sociale”, concetto che implica la limitazione della libertà individuale, in quanto in potenza permette al più forte di prevalere.
In questa decostruzione socialista ogni ideale autentico di libertà diviene il nemico ultimo. È il controllo e il dominio dello Stato sul singolo l’unico orizzonte possibile a cui tendere.
Pensare di limitare l’autoproprietà, la proprietà privata e quindi lo scambio in maniera ingente per il raggiungimento della “giustizia sociale” – per quanto possa sembrare nobile come fine – è controproducente se si vuole raggiungere una società davvero giusta e contemporaneamente libera dal bisogno a livello generalizzato, capace di soddisfare le sempre nuove aspirazioni dei consumatori.
Per capire velocemente quanto ciò sia vero, basti guardare il grafico sul reddito pro capite / fabbisogno minimo mondiale dalla prima rivoluzione industriale in poi, cioè da quando è iniziato il capitalismo, la globalizzazione e via dicendo.
Apparirà chiaro come le mere logiche di guadagno e di profitto dei singoli siano stati gli unici e soli fattori che fin dal primo momento hanno contribuito alla diminuzione della povertà e a un incremento del benessere generale.
In aggiunta al dato, si pensi storicamente alle origini di certi istituti per capire la direzione verso cui propendere.
Il linguaggio, il diritto, la moneta, il mercato non sono altro che sistemi che lo scambio tra gli uomini ha creato inintenzionalmente, perché rispondono a logiche di sicurezza e celerità nel perfezionare i rapporti con sconosciuti, per perseguire i propri reciproci e infiniti interessi.
Non è stato un potere centrale ad averli ideati consapevolmente.
In aggiunta: il fatto che il decisore statale possa imporre un fine particolare da perseguire costituisce la principale minaccia alla libertà.
Ecco quindi, perché il testo è inedito: esso da ai colleghi un motivo – un’etica per certi versi – diversa su cui basare il proprio attivismo, che si rende compatibile con la natura dell’uomo in quanto animale sociale, che non rinunci al presupposto fondamentale per lo scambio e per la libertà: la proprietà privata.

Solo così si adotta una lettura che unisce coerentemente la battaglia del green pass a una proposta di ristrutturazione globale del sistema, che disegni una società dove l’unico ruolo dello Stato e della sua pianificazione centrale – se uno deve esserne riconosciuto – è quello di sviluppare piani a favore della concorrenza, non piani contro la concorrenza, e tutt’al più garantire i servizi minimi, anche se pure su tale aspetto, la storia – sopratutto medievale – offre modelli alternativi (si pensi alla vicinia o alla enclosure).

Come provocazione finale per rifiutare ogni forma di socialismo, presente pure in alcune istanze stataliste, è utile citare uno degli amici di Lenin, Max Eastman, che parlò così dello stalinismo: “Piuttosto di essere migliore, lo stalinismo è peggiore del fascismo, più spietato, più barbaro, più ingiusto, più immorale, più antidemocratico, non redimibile da una qualsiasi speranza o da qualche scrupolo. Lo stalinismo è socialismo, nel senso che esso è un inevitabile, quantunque imprevisto, esito politico della nazionalizzazione e della collettivizzazione che esso ha fatto proprie quale parte del suo progetto per la costruzione di una società senza classi”.
Inoltre, e questo per chi si professi nemico dei totalitarismi, come insegna il premio nobel per l’economia del 1974 Friedrich A. Von Hayek, su una cosa comunisti e nazisti erano concordi: “per gli uni e per gli altri il vero nemico, l’uomo col quale essi non avevano niente in comune e che non potevano minimamente sperare di convertire, è il liberale vecchio stampo”.

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