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Comunicato Sull’invio di armi in Ucraina



È indubbio che una larga maggioranza dei cittadini italiani sia fermamente contraria all’invio di armi in Ucraina; tuttavia, da alcuni mesi tale invio avviene egualmente, coinvolgendo missili, blindati, droni, dispositivi di sorveglianza, bombe, mitragliatrici, munizioni, personale militare e così via. 

In queste ultime ore, anche a causa di alcuni contrasti interni al movimento 5 stelle, il tema della fornitura di armi a Kiev ha – finalmente, oseremmo dire – occupato le prime pagine dei principali quotidiani italiani, il che ci spinge a chiarire i termini della questione affinché nessuno cada in equivoco. Questo perché l’ascolto di questo o di quell’esponente politico potrebbe indurre a credere che la responsabilità di tale fornitura sia da imputarsi esclusivamente al governo: ciò che non è assolutamente vero. Benché le forze parlamentari, consapevoli della crescita del dissenso verso il governo Draghi, cerchino costantemente di de-responsabilizzare, ovvero di “salvare” sé stesse agli occhi dell’opinione pubblica, tutti devono sapere come stanno realmente le cose.  

Già nel mese di febbraio il Consiglio dei ministri aveva predisposto due “decreti Ucraina” che, nel periodo successivo (leggasi la gazzetta ufficiale del 13 aprile 2022), sono confluiti all’interno di un’unica legge di conversione ch’è stata effettivamente approvata dal Parlamento, con i soli voti contrari di “Sinistra Italiana” e “Alternativa”. Con tale approvazione le Camere, tra le altre cose, hanno: 

– autorizzato, «fino al 30 settembre 2022, la partecipazione di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)» (art. 1, comma 1)»;

– prorogato, «fino al 31 dicembre 2022, il contributo italiano al potenziamento dei dispositivi della NATO […]: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza» (art. 1, comma 2); 

– previsto la «cessione alle autorità governative dell’Ucraina, a titolo gratuito, di mezzi e materiali di equipaggiamento militari non letali di protezione» (art. 2); 

– autorizzato, «fino al 31 dicembre 2022», la «cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine, in deroga alla legge 9 luglio 1990, n. 185, e agli articoli 310 e 311 del Codice dell’ordinamento militare. […] Ai sensi del comma 2, con uno o più decreti del Ministro della difesa, adottati di concerto con i Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell’economia e delle finanze, sono definiti l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione di cui al comma 1 nonché le modalità di realizzazione della stessa [..]» (art. 2-bis). 

Tutto ciò significa che il Parlamento italiano, con riferimento al sostegno militare all’Ucraina, ha realmente “dato carta bianca” al governo fino al 31 dicembre di quest’anno, essendo sufficienti dei banali decreti interministeriali per proseguire la campagna bellica; decreti sui quali viene puntualmente apposto il segreto militare e per i quali non esiste alcun obbligo di riferire ogniqualvolta le Camere lo richiedano, ma solo un generale impegno, da parte dei ministri della difesa e degli esteri, per almeno un intervento in aula ogni tre mesi. Alla luce degli elementi esposti poc’anzi, dunque, è quasi banale affermare che i partiti politici attualmente presenti in Parlamento siano co-responsabili e complici dell’invio di armi a Kiev, ovvero che i litigi pubblicizzati sui media nazionali non siano altro che gli ennesimi, tristissimi teatrini ai quali la popolazione nazionale è suo malgrado costretta ad assistere. Se Enrico Letta, già il mese scorso, aveva «invitato tutti a supportare il governo» (con ciò palesando una volta ancora quanto rispetto egli abbia per il ruolo del Parlamento: nessuno), Giuseppe Conte e Matteo Salvini non hanno alcun titolo per parlare né della necessità di una discussione parlamentare, né tantomeno di “pace”. Stesso dicasi per Giorgia Meloni, principale esponente della finta opposizione parlamentare e anch’ella perfettamente allineata ai diktat della Nato.

Chiarito il punto sulle responsabilità politiche, vorremmo adesso tornare al merito della questione per chiedere provocatoriamente, a quanti la pensino in maniera opposta rispetto alla nostra, per quale motivo l’Italia dovrebbe continuare a perpetrare questa follia. In effetti sfidiamo tutti i lettori a trovare una sola valida ragione per la quale dovremmo considerare “giusto” l’invio di armi in Ucraina. Nell’ottica di un confronto aperto e civile vi invitiamo a farvi avanti, vi ascolteremo.

Dal canto nostro, concedeteci soltanto di rispondere in anticipo ad alcune possibili argomentazioni: 

1- «Appoggiare l’Ucraina è nel nostro interesse»: 

se si parla di risorse pure, di materie prime, di energia, di rapporti economici e culturali, di relazioni tra piccole e medie imprese, allora non possiamo che essere in disaccordo con l’affermazione di cui sopra; anzi, quanto agli interessi nazionali, alla prova dei fatti sarebbe molto più logico sostenere la Russia anziché l’Ucraina. Del resto, le conseguenze della strategia iper-atlantista del governo Draghi stanno già manifestandosi, e sono sotto gli occhi di tutti, tra rincari in molteplici settori, difficoltà ulteriori per milioni di famiglie italiane, vulnerabilità del Paese alla speculazione finanziaria dei privati e “razionamenti energetici” in vista. A proposito di quest’ultimo punto, cogliamo l’occasione per dire che ciò che fino a poco tempo fa rappresentava solo un altro “delirio dei complottisti” è divenuto, come se nulla fosse, uno dei tanti argomenti di cronaca. Come se fosse perfettamente normale parlare di “economia di guerra”, o di “razionamenti energetici”. A fronte di tutto ciò, il fatto che la maggioranza della popolazione sia contraria a questa escalation non fa che aggravare le cose. Ci attende un autunno molto difficile, e qualcuno dovrà risponderne (e quel qualcuno non può certo essere Putin). 

2- «È giusto difendere chi viene invaso da un altro Paese»: 

premesso che i battaglioni neonazisti assorbiti dall’esercito ucraino continuano a perseguitare e a bombardare, proprio come hanno fatto nell’arco degli ultimi otto anni, le popolazioni civili del Donbass (ree di non aver mai voluto accettare il golpe di EuroMaidan, a maggioranza russofone, e perciò portate a considerare l’intervento russo non già alla stregua di una occupazione, bensì come una liberazione), il quesito sorge spontaneo: d’ora in avanti invieremo missili, blindati e carri armati a tutte le popolazioni aggredite da altre potenze? Dove sono le armi a sostegno dei palestinesi, di grazia? Inizieremo a intervenire in ogni conflitto, tra le decine di guerre attualmente in corso nel mondo? Assumeremo anche noi, e definitivamente, la prospettiva di “esportatori della democrazia”? Per quale ragione, e in forza di quali criteri, stabiliremo di volta in volta quando intervenire e quando non farlo? È giusto che tali criteri siano sempre riassunti nella volontà del segretario della Nato? D’altro canto, non vorremmo lo si dimenticasse: l’Ucraina non fa parte né della Nato, né dell’Unione Europea; il che, intendiamoci, non è neppure così rilevante – soltanto rende questa vicenda ancor più tragicomica di quanto già non sia.  

3- «Se non fermiamo Putin, la Russia conquisterà i Paesi europei»: 

questa, in verità, non costituisce neppure un’argomentazione, essendo solo la manifestazione di una fobia (quella relativa alla ricostituzione dell’Unione Sovietica) direttamente susseguente alla propaganda atlantista in voga nel nostro Paese. Nondimeno merita una breve considerazione, dacché è importante ribadirlo: in primo luogo, Vladimir Putin non ha mai avuto alcuna intenzione di espandersi a Ovest, nel cuore dell’Europa (ciò che scatenerebbe immediatamente la terza guerra mondiale); in secondo luogo, ed è ciò che realmente conta: non esiste alcuna possibilità che l’Ucraina vinca la guerra; perciò ogni nuovo invio di armi e personale militare di supporto a Kiev non giova alla popolazione ucraina, semmai contribuisce soltanto all’esasperazione del conflitto, all’accrescimento dei danni, all’aumento del numero di morti, sia tra i militari che tra i civili. Esiste un solo modo di favorire il raggiungimento della pace e la riduzione dei morti e dei feriti al numero minimo: facilitare la capitolazione dell’Ucraina mentre si riallacciano i rapporti diplomatici con la Russia, riconoscendo a nostra volta l’indipendenza della Crimea e delle Repubbliche del Donbass (Donetsk e Lugansk). Diversamente non si farà che prolungare oltre il dovuto l’ennesimo, inutile massacro voluto e alimentato dagli apparati profondi anglosassoni. Quanto detto vale a maggior ragione se si considera che il Donbass sta progressivamente passando sotto il controllo delle forze russe e filo-russe, le quali non lo cederanno. In effetti, aver dapprima incrinato e poi interrotto le relazioni diplomatiche con la Russia è stato il primo grave errore della dirigenza politica italiana – e si dice ciò per non dire che Luigi Di Maio ci ha fatto profondamente vergognare di essere cittadini di questa Nazione (cosa che, peraltro, egli continua a fare). 

La Nato aveva da tempo progettato di allontanare le diplomazie e le economie europee da quella russa, e vi è riuscita, con la complicità di una Commissione europea totalmente asservita a Washington e con l’inasprimento delle tensioni su più fronti – vedasi ciò che sta accadendo in Lituania, che è di una gravità assoluta. Del resto, già nel 1997 gli Stati Uniti avevano istituito il centro di ricerca denominato PNAC (Project for the New American Century), i cui membri hanno più volte assunto ruoli chiave all’interno della Casa Bianca. Con tale progetto gli USA manifestavano alla luce del sole la propria volontà di rilanciare un’agenda politica basata sull’espansionismo militare e sulla sfida ai Paesi considerati ostili ai propri interessi, e in primo luogo alla Russia, sul cui territorio non sarebbe dovuta sorgere alcuna potenza in grado di mettere in discussione la riaffermazione della leadership americana nel mondo. A coronamento di tali piani assistiamo giusto in questo periodo alla creazione di un nuovo assetto geopolitico che sta separando le principali economie in nuovi blocchi distinti, e in tale quadro l’Europa è in assoluto il continente che ci sta rimettendo e ci rimetterà maggiormente. 

L’italia deve immediatamente cessare il suo invio di armi, riconoscendo il fallimento e l’orrore di questa strategia. 

Far durare la guerra il più possibile è forse negli interessi di altre forze mondiali; far sì che essa duri il meno possibile è senz’altro nei nostri interessi, ed è anche l’unica cosa moralmente giusta da compiere. Se però voi siete di parere opposto, fate pure il vostro intervento.

P. S. 

Vorremmo chiedere a Luigi Di Maio che cosa intendesse dire esattamente, quando egli ha affermato che «un disallineamento dalla Nato metterebbe a rischio la sicurezza nazionale». Dobbiamo interpretarlo come un avvertimento da parte degli Stati Uniti al nostro governo? Il ministro degli esteri chiarisca immediatamente. 

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