Vai al contenuto

Il mio sostegno a Z spiegato ai neutrali



Di Nilo Vlas:

Premetto subito che non è mia intenzione con questo testo spiegare perché il comunicato dell’Associazione Studenti contro il Green Pass – Venezia mi risulti altamente pretestuoso e offensivo su più livelli. Non avrei nulla da aggiungere alle critiche che sono già state esternate da altri compagni e di cui l’Associazione è già a conoscenza.

Quindi con questa analisi farò finta di aver percepito il comunicato veneziano come un appello al dibattito, invece che una sdegnosa presa di distanze con un distinto sapore arrogante alla “tutti cretini tranne noi”.

Ritengo la mia essere un’analisi utile, e per due motivi. Il primo è che, senza false modestie, ho una conoscenza molto approfondita tanto della Russia che del corrente conflitto con l’Ucraina. Il secondo è che conosco bene le posizioni politiche dell’autore del comunicato, e quindi sono piuttosto sicuro di non fraintendere i significati impliciti di alcuni suoi passaggi. Significati che invece ho il sospetto non siano del tutto chiari a molti soci che questo comunicato lo hanno approvato.

Lo scopo principale del discorso che faccio tuttavia è dimostrare che il mio sostegno (e di molti che la pensano come me) all’operazione russa in Ucraina non è, come si legge nel comunicato, risultato di un’adesione “aprioristica” e “supina” a una certa narrazione, ma conseguenza di un profondo ragionamento sia sulla guerra in corso che sulla fase storica che stiamo attraversando. Inizierò analizzando alcuni passaggi tratti dal comunicato, per poi affrontare l’argomento centrale.

Procediamo con ordine. Per prima cosa devo contestare, vista la sua strutturale assurdità, la dichiarazione di neutralità fatta dall’Associazione:

L’associazione infatti è neutrale ad ogni disputa tra stati stranieri in quanto non ritiene collegato al perseguimento dei suoi obiettivi – primo tra tutti, l’abolizione del green pass e sistemi analoghi di premiazione e controllo sociale a livello nazionale – appoggiare questo o quel contendente in un conflitto straniero.

La classificazione del conflitto russo-ucraino come “straniero”, che dunque non riguarda noi come italiani, è semplicemente sbagliato. Innanzitutto perché l’Italia, essendo membro della NATO, è già parte di questa guerra, e poco importa che a morire nelle trincee non siano soldati italiani. Il governo italiano infatti ha già inviato armamenti all’Ucraina (decisione peraltro dalla dubbia costituzionalità), che contribuiscono a rendere il conflitto ancora più distruttivo di quanto lo sia già. Ma se per sentirci coinvolti serve provare le conseguenze sulla nostra pelle, bene, abbiamo le sanzioni alla Russia a cui il governo italiano ha aderito, e che sono tornate a colpirci in faccia come un boomerang. Non so che conto in banca bisogna avere per non accorgersi che le bollette del gas sono triplicate di costo. Non mi è chiaro come si faccia a dire che quel conflitto non ci riguarda, quando le sue conseguenze (sapientemente esacerbate dal nostro governo) si percepiscono nella vita di tutti i giorni.

L’Italia, insieme al resto della NATO, sta conducendo una guerra per procura con la Russia. Quindi la neutralità è qualcosa che come cittadini di questo paese non ci possiamo permettere. Sospendere il proprio giudizio sulla questione ha come unico effetto il rafforzamento dello status quo, ossia la sottomissione dell’Italia al blocco atlantico, e dunque a dinamiche geopolitiche per essa controproducenti. Non esprimere sostegno (né condanna) per nessuno dei due schieramenti, nella nostra situazione significa semplicemente sostenere lo schieramento di cui nostro malgrado facciamo già parte.

Ridicola è anche l’affermazione che il conflitto russo-ucraino non sia collegato al problema Green Pass, quando è evidente a tutti che tale conflitto è stato utilizzato per perpetuare lo stato d’eccezione iniziato con la pandemia. Alla crisi sanitaria è subentrata la crisi bellica e le sue figlie, ossia la crisi energetica e quella alimentare. Ma gli strumenti per gestire queste nuove crisi sembrano differenziarsi ben poco da quelli pandemici. Questo perché l’obbiettivo della nostra classe dirigente non era certo la pandemia in sé, ma le possibilità che lo stato di crisi fornisce per avviare un’involuzione autoritaria.

Andiamo avanti e affrontiamo una frase molto criptica:

L’associazione, in quanto luogo di incontro e di confronto tra studenti, promuove al suo interno il valore della riflessione sul e della critica del presente, non ritenendo sensata la contestazione aprioristica dello status quo, atteggiamento che potenzialmente può legittimare sistemi peggiori.

Cerchiamo di decifrare cosa significa “contestazione aprioristica dello status quo”. Ipotizzo, perché ormai entriamo nel campo dell’esegesi, che il comunicato si riferisca a una forma di ribellismo fine a sé stessa, che porta a contestare il sistema corrente a prescindere dalla situazione. “Ipotizzo” perché questo non pare essere mai stato un problema del movimento Studenti contro il Green Pass. Anzi, il problema era semmai l’esatto opposto, ossia che quella al Green Pass fosse per la maggior parte degli attivisti la prima battaglia politica della loro vita. Il nostro problema non è mai stato quello di essere dei ribelli esagitati che hanno fatto dell’opposizione al sistema uno stile di vita, ma semmai quello di essere dei guerrieri alle prime armi.

La conclusione “atteggiamento che potenzialmente può legittimare sistemi peggiori” mi appare invece estremamente chiara. Tradotto in linguaggio comune, questo passaggio significa quanto segue: “Dobbiamo restare sotto gli Stati Uniti, altrimenti arriveranno i cinesi o i russi.”

Come prima cosa bisogna osservare come questo approccio dia per scontato che l’Italia non può esistere in forma pienamente sovrana, ma solo sottomessa a qualche altra potenza. Un postulato che non regge se solo si considera la storia recente. L’Italia è da tempo una delle principali economie del pianeta. Ancora oggi sarebbe l’ottava economia mondiale, con un PIL addirittura superiore a quello russo! Durante la Guerra Fredda ci sono stati paesi molto più deboli del nostro che hanno avuto il coraggio di definirsi “non allineati”, sottraendosi alla protezione di entrambi i blocchi. Persino nell’Europa divisa a metà esisteva la Jugoslavia non allineata, che sopravvisse e prosperò fino alla fine della Guerra Fredda, quando il blocco atlantico ormai egemone si accinse alla sua demolizione. È davvero così difficile immaginare un’Italia, con la sua ottava economia mondiale, che sia indipendente e sovrana? Ci sono paesi con un decimo del nostro PIL che contano molto di più sull’arena mondiale.

Una costante storica è che l’importanza politica di una nazione deve adattarsi alla sua importanza economica. E se ciò non succede, sarà l’importanza economica ad adattarsi a quella politica. Ora, l’importanza politica dell’Italia non si è mai adattata alla sua forza economica. Significa che, e lo vediamo con i nostri occhi ogni giorno, la sua economia è destinata a valere quanto la sua influenza politica, ossia meno di zero. Lottare per un’Italia sovrana e indipendente dunque non è soltanto una questione di principio, ma presupposto per il nostro personale futuro benessere.

Falso è anche l’altro postulato, ossia che tolto di mezzo un dominatore ne compare subito un altro. Ciò si fonda sull’errata convinzione che anche Cina e Russia siano, al pari degli Stati Uniti d’America, delle potenze imperialiste. Dimostriamo come questa affermazione sia falsa, e per farlo partiamo dalla definizione di “imperialismo”. Per non essere accusato di riportare una definizione faziosa, non cito Lenin ma direttamente la Treccani:

Politica di potenza e di supremazia di uno Stato tesa a creare una situazione di predominio, diretto o indiretto, su altre nazioni, mediante conquista militare, annessione territoriale, sfruttamento economico o egemonia politica. Dal punto di vista dottrinale l’imperialismo poggia sull’idea che i popoli più forti abbiano il diritto di imporsi su quelli più deboli.

E ora vediamo se Cina e Russia corrispondono a questa definizione.

Quante invasioni militari, colpi di stato, elezioni fraudolente ha inflitto la Repubblica popolare cinese a paesi terzi negli ultimi trent’anni? Risposta: nessuno. Risparmio in questa sede il conto delle invasioni, golpe e interferenze di altro tipo da parte degli USA nello stesso lasso di tempo. L’unico passaggio che potrebbe far ricadere la Cina sotto la categoria di imperialismo è lo sfruttamento economico. Ma anche qui il modo in cui si muove la Cina è ben diverso dagli Stati Uniti e dai suoi vassalli europei. Non risulta che la Cina stia portando avanti il suo progetto di Nuova via della Seta ricattando con le sanzioni i paesi coinvolti, cosa che invece fanno attivamente gli USA per ricondurre nel proprio sistema-mondo i paesi refrattari al neoliberismo globalista. Al contrario, sempre più paesi trovano reciprocamente proficua la collaborazione con Pechino.

Si può anche disquisire all’infinito sulla politica economica cinese in Africa, ma da qualunque punto la si guardi essa risulta preferibile a quella euro-americana, fondata sin dal dopoguerra sul colpo di Stato per instaurare la repubblica delle banane. Non a caso buona parte dell’Africa si trova ancora legata con gli ex padroni coloniali da umilianti accordi commerciali. L’Italia non è un eccezione, considerando il sostegno che fornisce alla dittatura in Eritrea.

Il dato importante è che la Cina, al contrario dell’America, non ha mai esportato il suo modello politico altrove, preferendo rapporti commerciali reciprocamente vantaggiosi alla diffusione dei propri dogmi. Quindi il timore che se ci sganciamo dall’America arriverà qui la Cina a imporre il suo ordine, è solo la fobia di chi ha interiorizzato perfettamente la propaganda atlantista dei nostri governi. Se mai la Cina dovesse arrivare in Italia, sarebbe al massimo per prendersi il Milan.

Parliamo ora della Federazione Russa. Da quando è nata, con il crollo dell’URSS, ha combattuto diversi conflitti: vediamo se si tratta di guerre imperialiste facendone un rapido elenco.

Per prima abbiamo la guerra in Cecenia. Come è iniziata questa guerra? Con il collasso dell’Unione Sovietica, grossi moti nazionalisti interessarono la maggior parte delle etnie del paese, e i ceceni non furono un’eccezione. Nel 1991 i separatisti strapparono con la violenza l’indipendenza de facto della Cecenia, che però divenne immediatamente un inferno criminale. Alla criminalità organizzata, istituzionalizzata dal nuovo governo locale, si sommava l’odio razziale: iniziò la pulizia etnica dei russi che abitavano la regione. A Groznyj, la capitale (nonché una città originariamente fondata proprio da russi), i russi venivano letteralmente uccisi per strada e le loro case distribuite ai ceceni. Fioriva il banditismo e il commercio di esseri umani. Il quadro idilliaco durò fino al 1994, quando nacque un’opposizione armata cecena al governo criminale indipendentista di Džochar Dudaev. Costoro vennero sostenuti dalla Russia, che inviò le proprie truppe in aiuto. Così iniziò la guerra in Cecenia. La fase attiva degli scontri finì solo nel 2000, e proseguì ancora diversi anni sotto forma di guerriglia e contro-guerriglia. Può dirsi una guerra imperialista? Certamente no, siccome l’indipendenza cecena è stata sin dall’origine un’epopea criminale che molto poco aveva della lotta di liberazione nazionale. Inoltre l’Islam radicale prese molto presto il sopravvento tra le bande armate che combattevano la Russia. Coloro che in Occidente erano descritti come combattenti per la libertà, in qualsiasi altro contesto sarebbero stati chiamati terroristi islamici, né più né meno che al-Qaeda o l’ISIS. E se non si vuole riconoscere alla Federazione russa il diritto a reprimere il terrorismo interno, sicuramente si deve dare dignità al sacrificio di quella parte di popolo ceceno che ha imbracciato le armi in nome di una vita pacifica e civile, combattendo i propri fratelli diventati banditi al soldo di Turchia e Arabia Saudita (sotto l’attenta supervisione degli Stati Uniti). Non è un caso infatti che oggi i ceceni combattano in Ucraina a fianco dei russi.

Analizziamo ora la guerra con la Georgia, scoppiata nel 2008. Nell’agosto di quell’anno, il presidente georgiano filo-atlantista Mikheil Saakashvili lanciò un offensiva contro l’Ossezia del Sud, una regione de facto indipendente della Georgia presidiata da peacekeeper russi sin dal crollo dell’URSS. La presenza dei soldati russi nella regione era giustificata dai conflitti interetnici tra ossezi e georgiani, che altrimenti si sarebbero trasformati in pulizia etnica, come già successo tra varie popolazioni del Caucaso. Quali fossero le intenzioni di Saakashvili nei confronti degli ossezi non era un mistero per nessuno. Ma il suo attacco provocò un intervento diretto dell’esercito russo, che annichilì in pochi giorni le forze armate georgiane. A quel punto il Cremlino avrebbe potuto fare della Georgia ciò che gli pareva più opportuno: avrebbe potuto spodestare il governo filo-americano di Saakashvili e piazzare una propria marionetta a Tbilisi, assicurandosi per sempre il controllo su tutto il paese. Ma Mosca si limitò a difendere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abcasia (altra regione separatista, abitata da abcasi), mentre al governo georgiano rimase l’amico della NATO Saakashvili. Questo meschino personaggio andò comunque incontro alla rovina, siccome venne condannato per corruzione e abuso di potere dal suo stesso paese (dopodiché fuggì in Ucraina). Ma nonostante la cacciata di Saakashvili, la Georgia ancora oggi mantiene una marcata politica estera filo-atlantista: insomma, pur avendone la possibilità, la Russia non ha imposto la sua egemonia al paese caucasico.

Nel 2015 inizia l’operazione russa in Siria, su richiesta del legittimo governo siriano del presidente Bashar al-Assad. In base al diritto internazionale, di tutte le potenze straniere coinvolte nel conflitto siriano solo la Russia (insieme all’Iran) ha agito legalmente. Si può giudicare in molti modi l’operato del presidente Assad, ma resta il fatto che la guerra civile scatenata dagli USA e dalla NATO contro il suo governo è stata un’ingerenza imperialista che non aveva in mente il benessere dei siriani. Senza contare che l’opposizione democratica addestrata dall’Occidente in realtà non era affatto democratica e ha dato vita a mostri come lo Stato Islamico e altri gruppi islamici radicali.

Pure l’attuale conflitto ucraino non può definirsi imperialista, ma lo analizzeremo nel dettaglio in seguito.

Da questa breve panoramica emerge che il “guerrafondaio” Putin ha sempre agito per riflesso di azioni altrui, e non ha mai perseguito obbiettivi imperialisti come conquista territoriale e sottomissione economica.

Inesistenti, come nel caso della Cina, sono i tentativi di regime change in altri paesi. Sebbene in diversi Stati post-sovietici si riscontrino fazioni politiche filorusse, esse si alternano al governo alle fazioni filo-occidentali senza che la Russia metta mano al normale svolgimento della loro vita politica. Paradossalmente l’unica accusa di ingerenza russa nelle elezioni di un altro paese è il Russiagate, ossia la più volte sbugiardata inchiesta che incolpa la Russia di aver permesso l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Insomma, Russia e Cina saranno pure dei paesi con mille problemi di libertà politica, ma di certo non sono imperialisti. A questo punto del discorso i sostenitori degli USA si mettono solitamente a fare gli indovini: è vero che Cina e Russia non sono delle potenze imperialiste adesso, ma una volta che avranno tolto di mezzo gli Stati Uniti lo diventeranno sicuramente!

Sebbene questa sia una possibilità che non possiamo escludere a priori, risulta quantomeno illogico usare tale argomentazione a sostegno della sudditanza verso gli Stati Uniti. Infatti da una parte abbiamo il nostro attuale dominatore, che sappiamo essere imperialista e sappiamo il male che ci sta facendo, dall’altra parte abbiamo degli Stati lontani che forse in potenza potrebbero diventare imperialisti e giungere a dominarci. Insomma, a sentir parlare qualcuno, per paura di una minaccia potenziale futura (e nemmeno tanto probabile) non dovremmo uscire dallo stato pietoso in cui ci troviamo adesso. Ciò è semplicemente folle e dimostra come molte persone abbiano interiorizzato fin sul piano subliminale la propaganda dell’impero egemone. L’accusa stessa che le potenze emergenti diventeranno il dominatore imperialista di domani è un pregiudizio indotto dalla propaganda atlantista, che non lascia spazio alla possibilità che altre civiltà scelgano un percorso di sviluppo diverso da quello imperialista-coloniale adottato secoli fa dall’Occidente. Siccome l’imperialismo euroamericano non riesce a nascondere il suo vero volto, usa la propaganda per fare in modo che il resto del mondo appaia altrettanto perverso.

La realtà che bisogna accettare è che, pur senza idealizzare le potenze emergenti, un ordine mondiale multipolare conviene a tutti, italiani compresi. Un mondo dove ci siano numerosi centri di potere, più deboli rispetto all’unico centro egemone, è un mondo dove i popoli hanno più forza per autodeterminarsi. Un mondo dove non ci sia lo sceriffo che dice a tutti come vivere, è un mondo dove tutti avranno più possibilità di vivere come vogliono.

Ma veniamo al tema centrale di questa analisi: perché io sostengo Z?

Non è mia intenzione spiegare qui perché l’Ucraina sia un paese controllato da nazisti. Chi lo nega o è in cattiva fede o è un ignorante: nel primo caso è inutile dibattere, nel secondo rimando agli studi di Franco Fracassi, Giorgio Bianchi e molti altri che hanno trattato l’argomento.

Ha senso però che io parli di Russia, visto che al contrario di molti che parlano senza cognizione di causa, io in Russia ci sono stato una ventina di volte. Sono stati tutti viaggi lunghi, nei quali non mi sono limitato a passeggiare per i centri città, dove le boutique di Rolex e Gucci nascondono il degrado delle periferie. Io ho visto la provincia russa, ed è spaventosa. Ti puoi aggirare per centinaia di chilometri di lande desolate, laddove in epoca sovietica sorgevano fattorie collettive. I ruderi di industrie che un tempo davano lavoro a centinaia di persone ora sembrano il retaggio di un’antica civiltà. La popolazione della provincia cerca di fuggire in città in cerca di lavoro. Questi sono gli effetti del regime putiniano, e io li ho visti svilupparsi nel corso degli anni, sempre peggiori. Il paese è stanco di un’economia neoliberista rapace, che in tre decenni non ha fatto altro che consumare le risorse industriali ereditate dall’Unione Sovietica, senza badare a svilupparne di nuove. La popolazione non gode quasi per nulla dell’enorme ricchezza di materie prime: queste sono in mano agli oligarchi, i cui proventi vengono trasferiti nei paradisi fiscali e mai e poi mai investiti in Russia. Per questo motivo non sono mai stato un sostenitore di Putin, e non lo sono tutt’ora. Non mi si può accusare di essere acriticamente filorusso perché conosco troppo bene la Russia per non averne una visione critica.

E nonostante tutto ciò che di oggettivamente brutto c’è in Russia, essa non è un paese fascista come l’Ucraina. In Russia si può ancora fare attività politica senza il rischio di scomparire tra le mura di qualche prigione segreta di un battaglione neonazista. Il patriottismo del popolo russo non scade nello sciovinismo che imperversa in Ucraina. Insomma, la Russia avrà tutti i problemi che ha, alcuni risolvibili e altri meno, ma non è un paese in mano a un culto della morte quale il nazismo.

Ma il mio non è semplicemente il sostegno del “male minore”, perché la guerra all’Ucraina è soprattutto una guerra di liberazione. E questa guerra non è iniziata questo febbraio ma otto anni fa, mentre le sue radici si possono far risalire fino al 1991, quando il tradimento di parte dell’elite comunista (in realtà ideologicamente liberale) ha dato vita a quel falso storico che è l’Ucraina moderna. Il territorio ucraino ufficialmente riconosciuto è in realtà un mosaico di regioni la maggior parte delle quali non è mai appartenuta alla cultura ucraina (sempre che una cultura propriamente “ucraina” sia mai esistita, ma questo è un discorso per un’altra volta). Considerando la natura interamente artificiale di questa formazione statale, i cui confini furono tracciati dai bolscevichi più per comodità amministrativa che per coerenza etnica e linguistica, l’Ucraina indipendente avrebbe dovuto strutturarsi su un modello federativo, ma ha invece sin da subito intrapreso la strada del più sclerotico nazionalismo, cercando di imporre l’identità nazionale di una piccola parte della popolazione a tutto il paese. Non solo russi, ma anche romeni e ungheresi hanno avuto la disgrazia di abitare in un paese che persegue la loro assimilazione culturale. Con questi presupposti, il fallimento del “progetto Ucraina” era solo questione di tempo. Il fattore scatenante è stato il colpo di stato di estrema destra del 2014, che portò all’insurrezione della popolazione russa (che, ricordiamolo, non è una “minoranza” ma la maggior parte del paese, trattandosi della lingua in cui parla il 60% delle famiglie). L’insurrezione non riguardò solo la Crimea e il Donbass: il popolo si sollevò in tutta l’Ucraina a oriente dello Dnepr, e la costa del Mar Nero. Ciò che distingue la Crimea e il Donbass è di aver ricevuto l’aiuto diretto della Russia, mentre nelle altre regioni i moti vennero repressi nel sangue dalle squadre neonaziste. Il massacro di Odessa è il caso più tristemente celebre, ma non è un’eccezione. Z è la liberazione che queste persone aspettavano da otto anni, anzi… da trenta.

Molti sostengono che la liberazione delle popolazioni dal nazismo e la difesa del Donbass sia semplicemente una scusa, perché “Putin vuole tutta l’Ucraina”. Spiego: se Putin avesse voluto “tutta l’Ucraina” l’avrebbe già presa molto tempo fa. Quando nel 2014 a Kiev trionfarono i golpisti, il legittimo presidente Viktor Janukovich fuggì in Russia e richiese l’impiego dell’esercito russo per ristabilire l’ordine. In quel momento l’esercito ucraino era mal equipaggiato, per nulla motivato, e non sapeva nemmeno da chi prendere ordini, essendo il governo golpista assolutamente illegittimo. Un intervento russo sarebbe stato una passeggiata che avrebbe riportato Janukovich a Kiev in un batter d’occhio e sancito l’occupazione di fatto del paese, peraltro nella completa legalità in base al diritto internazionale. Ma Putin scelse un’altra via, quella della diplomazia. Il che significa semplicemente una cosa: a Putin di conquistare l’Ucraina non è mai importato nulla, e devono esserci altri motivi se si è deciso a intervenire adesso. Ancora una volta si conferma quanto detto prima: la Russia non è imperialista.

In pochi mettono in discussione il diritto all’autodeterminazione del Donbass. Non di rado si leggono gli appelli della sinistra antifascista al “sostegno per il Donbass, ma la condanna alla guerra imperialista di Putin”. “L’autodeterminazione del popolo del Donbass è l’unico aspetto progressista di questa guerra”, ho letto ultimamente in una rivista di settore. Ma sostenere il Donbass e condannare Z è volere la botte piena e la moglie ubriaca. Vi piace il Donbass indipendente ma non vi piace l’unico modo con cui quest’indipendenza può essere garantita? Non mi risulta infatti che migliaia di volontari antifascisti siano pronti a partire per il Donbass per difenderlo al posto dell’esercito russo.

Chi invece sostiene l’esistenza di un’alternativa alle armi per difendere l’indipendenza delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk è semplicemente un idiota. La Russia di Putin ha provato per otto anni la via diplomatica, rappresentata dagli accordi di Minsk. Accordi che l’Ucraina (e i suoi garanti Francia e Germania) non solo non ha mai rispettato, ma non ha mai avuto intenzione di farlo. Ce lo conferma in una recente intervista il predecessore di Zelensky, il golpista Petro Poroshenko, che aveva sottoscritto tali accordi. Egli afferma senza il minimo pudore che l’Ucraina non ha mai avuto l’intenzione di realizzare il processo di pace deciso a Minsk, ma ha solo usato le trattative per guadagnare tempo e prepararsi militarmente. Obbiettivo peraltro riuscito, visto che adesso Kiev oppone una resistenza ben più efficace di quella che avrebbe opposto nel 2015, quando gli accordi vennero firmati. Kiev avrebbe comunque cercato di riprendersi il Donbass e la Crimea, e i costanti flussi di armamenti provenienti da occidente (iniziati anni fa, ben prima di Z) servivano proprio a questo scopo. A questo scopo è servita anche una martellante propaganda interna che continuava a ripetere alla propria popolazione che Crimea e Donbass sarebbero stati riconquistati con la forza delle armi.

Considerando che per otto anni nessuno a parte la Russia ha lavorato seriamente al processo di pace, la guerra era semplicemente inevitabile. Tanto Kiev che i suoi protettori occidentali hanno consapevolmente spinto la situazione fino a questo punto. È inutile discutere ora che “la guerra non è mai la soluzione” quando la Russia è stata l’unica parte a cercare una soluzione pacifica tutto questo tempo. Prendetevela con gli altri. L’ultimatum diplomatico inviato dal Cremlino alla NATO a dicembre 2021 è stato l’ultima occasione in cui l’Occidente poteva risolvere la situazione senza ricorrere alla violenza. Ma invece ha continuato a tirare la corda, che alla fine si è spezzata.

L’ho detto e lo ripeto: la guerra era inevitabile. E lo era anche perché la guerra è nella natura del fascismo. Il fascismo ricerca la guerra e si prepara ad essa, perché è l’unico sfogo per l’odio che esso stesso ha coltivato. È dunque stupido cercare di evitare la guerra con il fascismo, perché significa semplicemente rimandarla, consegnando ai fascisti il vantaggio di decidere come e quando iniziarla. Il tentativo degli Alleati di evitare lo scontro con il Terzo Reich ha solo permesso a Hitler di rafforzarsi e colpire quando gli era più comodo. Per questo stesso motivo oggi condannare “l’aggressione russa” è semplicemente ipocrita. Anzi, se si può criticare la Russia di qualcosa, è di aver lanciato Z solo adesso invece che otto anni fa, quando avrebbe potuto soffocare questo sgorbio fascista sul nascere, senza sforzo e senza distruzioni. Putin ha temporeggiato, ingannato dalle sue controparti occidentali nel credere che il processo di pace sarebbe stato sostenuto da tutti. La guerra è iniziata comunque, ma rimandata a tempi e condizioni a lui più sfavorevoli.

“Ma in questa guerra muoiono civili, e chi causa morti civili non può mai essere giustificato.” A questo punto del discorso è l’unica cosa che resta da dire ai detrattori della R ussia. Il che equivale a dire che gli Alleati non avrebbero dovuto occupare la Germania nazista perché ciò avrebbe provocato morti tra i civili tedeschi. Certamente l’occupazione della Germania da parte degli Alleati ha causato molte vittime, e americani e britannici ci hanno pure messo del loro (bruciare Dresda fino alle fondamenta era assolutamente superfluo sul piano militare). Ma lasciare in vita il Terzo Reich avrebbe causato molti più morti, anche tra lo stesso popolo tedesco. Riorganizzatosi, il nazismo tedesco sarebbe ripartito alla conquista del suo Lebensraum. Allo stesso modo il nazionalismo ucraino, se lasciato vivere, causerà molte più morti innocenti di quelle che ha già causato lui e che purtroppo sta causando Z. Come il lupo non può non sbranare l’agnello se ne ha la possibilità, così il fascismo non può non attaccare coloro che considera inferiori. Dopo il genocidio in Donbass, il superuomo ucraino si rivolgerebbe alle minoranze romena e ungherese, poi agli stati confinanti, nei confronti dei quali già avanza pretese. Ciò significa che il superuomo ucraino va fermato adesso, e definitivamente. Perché altrimenti i suoi premurosi protettori occidentali faranno di tutto per rimetterlo in piedi, massaggiargli le spalle e scagliarlo nuovamente contro i propri nemici.

In conclusione, sostenere Z non significa sostenere Putin e il suo regime oligarchico. Sostenere Z non significa nemmeno accettare tutta la politica estera russa ed essere “filorussi”. Sostenere Z significa semplicemente sostenere la cosa giusta, ossia la difesa dei deboli e la liberazione dal fascismo.

Io credo fermamente che un attacco preventivo può essere la scelta migliore di chi sta dalla parte del bene. Chi lo nega sta solo usando il pacifismo per mascherare la propria codardia.

Mentre trincerarsi dietro alla neutralità, sperando di uscirne puliti, significa soltanto rafforzare la politica guerrafondaia del nostro paese e del blocco di cui fa parte. Alla fine di questa storia non ne uscirete puliti, ma sporchi e compromessi come tutti gli altri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.