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Dalla parte giusta, ma per i motivi sbagliati



Di Marco Desa:

Ho letto con interesse l’articolo “Dalla parte sbagliata” a firma Dellepiane, Sinigaglia, Moneta, Duranti e Corona, ne ho apprezzato l’afflato passionale che lo anima e non ho potuto non notarne l’apprezzabile stile argomentativo che rimanda ad epoche che per molti sono ormai archiviate. Tuttavia, l’emersione di quelli che, ad avviso di chi scrive, si qualificano come punti critici, credo che meriti un intervento di replica, il primo che mi accingo a scrivere da quando questo sito esiste.

Premetto che la libertà, concetto cardine attorno al quale ruota l’articolo al quale rispondo, così come intesa da chi scrive, non si può facilmente categorizzare. Si può essere, infatti, lontani in egual misura dal concetto americano di libertà quanto da quello confuciano del “seguire i desideri dell’animo senza infrangere le regole”. Non vi è dubbio, contrariamente a quanto sostenuto nell’articolo, che libertà è fare “tutto ciò che si vuole”. Come inquadrare altrimenti, infatti, la libertà? Che cos’è la libertà se non la detenzione della capacità effettiva e potenziale di compiere quante più azioni possibili? Il problema è probabilmente un altro, e cioè a chi tale capacità di azione debba essere garantita, se cioè tale capacità effettiva e potenziale debba essere detenuta dagli individui, o magari solo da alcuni di essi, o dallo Stato. Anche se nell’articolo la parola Stato appare solo due volte, e per giunta riferita ad uno Stato specifico, la Federazione Russa, è ben evidente che in realtà esso, come entità politica generica e non come Stato moscovita, è il vero convitato di pietra all’interno dello scritto. L’attacco all’idea “libertaria” di libertà, che non sarebbe tale senza essere estesa ai pari tradisce in realtà un insopprimibile anelito, un mal larvato desiderio: quello di far fare agli altri ciò che piacerebbe agli autori, invero l’esatto opposto della libertà.

Addentrandoci più in profondità in questa accusa, possiamo notare che l’assioma secondo il quale “la libertà personale non esiste se, contemporaneamente, non è garantita anche ai propri pari ” manca di ogni fondamento anche dal punto di vista di un’ottica meramente materialistica. Se l’uomo può compiere azioni, può modificare l’ambiente attorno a sé, può accarezzare (o fare del male) ai suoi simili, ciò significa che egli, per il semplice motivo di possedere un’autocoscienza, è già in grado, liberamente, di influenzare la realtà, foss’anche solo col pensiero. In quale modo, invece, tale libertà sarebbe inficiata dal suo essere revocata ai suoi pari? E secondo quale criterio, verificabile empiricamente (non oso dire scientificamente), definiamo alcune o l’interezza degli uomini come “pari”? L’affermazione precedente è categoria, assiomatica, ma non trova giustificazione su nulla. Come ogni affermazione sull’eguaglianza essa si qualifica come un elegante monolite di marmo le cui fondamenta sono però intrecci ossificati di morali consunte. Queste fondamenta, che invero ben poco fondano, non sono altro che la carcassa del vecchio dio trapassato, tra le quali i sacerdoti di una pretesa ed indimostrabile eguaglianza si nascondono nell’incapacità di trovare, nel mondo nuovo, un sostituto tanto autorevole quanto inconfutabile come il vecchio Dio che un tempo ne fu garante.

Ovviamente non può sfuggire come l’uomo comunitarizzato (ossia la comunità) possa godere di maggiore libertà poietica rispetto al singolo (difficilmente quest’ultimo potrà, per esempio, costruire tutto da solo una cattedrale), ma è anche evidente che tale libertà comunitaria altro non è il forziere entro il quale gli individui donano percentuali, più o meno alte, della loro libertà poietica di singoli. Si tratta in buona sostanza di libertà potenzialmente alienante, una libertà che si rende autonoma e si contrappone all’individuo, lo sovrasta, minaccia di schiacciarlo se non si fa ulteriormente alienare della sua umanità essenziale, del suo tempo, della sua forza. È vero di esso ciò di cui Feuerbach, a torto, accusava la religione ed il pensiero magico. A qualcuno, non ho dubbi, tale prospettiva potrà pure piacere. La danza seducente del Leviatano d’acciaio che compie evoluzioni sul tetto del mondo non potrà non solleticare gli animi di molti, ma si tratta in verità, prima ancora che di un incubo, sempre suscettibile di esser tale o meno a seconda dei gusti, di un paradigma totalmente irrazionale.

A servizio di cosa mettiamo la libertà conquistata dall’uomo comunitarizzato, dalla comunità, dallo Stato, se non al servizio di quel tanto bistrattato singolo individuo? Lo Stato può benissimo azzerare – e lo sta facendo – la libertà dei singoli individui, ma questo non qualifica lo Stato medesimo come una volontà

cosciente. Per quanto, infatti, il paradigma marxista abbia cercato di traslare le coscienze dei singoli in coscienze di classe e di Stato, entrambi i gruppi rimangono somme di individui. La trasmigrazione delle singole autocoscienze nello stato e la loro fusione in un collettivo rimane una bella favoletta. Lo Stato, di per sé, non ha coscienza, non pensa; esso è incapace di agire in maniera autonoma, non ha coscienza di sé, se non come somma matematica delle autocoscienze che ne compongono gli apparati. Lo Stato, in buona sostanza, mette la libertà al servizio di un idolo inesistente, sé stesso e la sua mitologica autocoscienza, sottraendola invece agli individui, questi sì realmente esistenti, desideranti, sofferenti. L’alienazione del Leviatano che tramite l’alienazione degli individui finisce per anelare inconsciamente sé stesso poggia, invero, sul nulla, rappresenta al contempo lo zenith e il nadir della dialettica nichilistica, esso è la proiezione al contempo della pulsione di morte e del sentimento oceanico delle masse sofferenti.

Questo non significa, chiaramente, proclamare l’inutilità o la dannosità dello Stato, ma piuttosto inquadrarne la pericolosa potenzialità, ahinoi spesso già ampiamente concretizzatasi, nei confronti di ciò che rappresenta l’uomo, che è refrattario, e sempre lo sarà, a qualsiasi tentativo di razionalizzazione della sua esistenza. Non è chiaro, in tale prospettiva, quale sia la concezione “negativa” dell’uomo che l’articolo lamenta. Al contrario, la concezione “negativa” sembra emergere molto di più nelle parole di chi sostenga che l’idea di libertà debba essere razionalizzata, come se l’ordinamento naturale dell’uomo non fosse, appunto, un ordinamento, sgradito -probabilmente- agli autori dell’articolo, ma pur sempre un ordinamento, un ordine, questo sì basato sulla realtà in quanto si identifica pienamente in essa.

A questo punto il discorso si sposta quindi sull’uomo. Il discorso su che cos’è l’uomo potrebbe riempire, e loha fatto, intere biblioteche, mi limiterò ad alcuni brevi passaggi. Come già detto, la libertà, la sua pratica,può essere razionalmente al servizio solo degli individui, che tutti, indiscutibilmente, cercano una sola cosa,la felicità. La felicità, si badi bene, viene ricercata molto prima di un altro grande idolo della modernità, lagiustizia, che invece corrisponde ad un compromesso al ribasso che, nell’impossibilità -supposta- diconquistare la felicità totale si accontenta di un’equa ripartizione di una versione edulcorata di essa (laricchezza), o -secondo il paradigma liberale- dei mezzi necessari a prodursela e mantenerla. Ma se unordinamento esiste già, come abbiamo dimostrato, immanente alla natura, allora ciò significa che l’uomo come creatura animale, integrale, essenziale, dispone già di tutti i mezzi, qui ed ora, per procurarsi la felicità. Ad essere negativa non è quindi l’idea libertaria di libertà, ma quella pseudorazionale che si rifiuta di riconoscere di avere già davanti i mezzi necessari alla pratica della felicità. Libertà di ogni individuo dall’angoscia, dalla fame, dalla solitudine, dalla distruzione dell’ambiente, dal degrado estetico e dall’alienazione del proprio tempo di vita, questo è ciò che chiamo felicità e se pure è vero che tali requisiti si possono e si devono conquistare in gruppo rimane altresì vero che laddove il gruppo si fa feticcio autosussistente e falsamente autocosciente nella forma dello Stato moderno allora questi requisiti vengono a svanire, inariditi e poi eliminati dall’avanzamento tecnologico degli strumenti di controllo, dall’ottimizzazione dell’estrazione del plusvalore, dalla requisizione tirannica del tempo di vita, dalla razionalizzazione scientifica della biopolitica che penetra in profondità finanche nella carne dei corpi, sottomettendoli alle idee imperanti degli Zeitgeist in un modo che un tempo erano regimi di segno diverso a teorizzare e sognare.

Lo Stato, indipendentemente dalla sussistenza o meno di una coabitazione simbiotica con la grande economia capitalistica, si erge come prodotto alieno dell’alienazione medesima e quello che un tempo rimaneva un autoritarismo casereccio dal sapore di macelleria (una forma pur sempre umana nella sua tragicità) si muta nella forma ancor più inquietante della distopia tecno-normata, della polleria intensiva, del porcile economicista che tutto sottomette a canoni di razionalità inverificabili, siano essi la distribuzione del giusto salario agli indigenti quanto la spartizione del bottino tra una ristretta pletora di oligarchi dell’economia mondiale. In questo interstizio, in questo angolo cieco, sopravvive, quasi per caso, l’umanità,che è disperatamente, ancorchè irresistibilmente attaccata alla sua libertà carnale che si contrappone con tutte le forze alla razionalizzazione intellettuale dell’economia e della scienza politica. Lo Stato quindi, contagiato dal progresso tecnico senza freni, vede rimosso il sigillo-katechon dell’arretratezza tecnologica, la stessa che impediva che esso, pur da prodotto dell’alienazione, non mutasse nella forma di un tumore impazzito che tutto divora al suo cospetto.

Per resistere, per rivendicare a noi stessi la bandiera dell’umanità non possiamo quindi non schierarci contro la razionalizzazione della società, che troppe volte ha nascosto le sue oscene terga con la bandiera consunta e sdrucita della giustizia sociale. La stessa giustizia sociale che, tramite il cosiddetto welfare altro non ha fatto che passivizzare popoli, un tempo sanguigni e pronti alla lotta, nella forma di buoi da attaccare ai carri del padrone. Invero, anche questo problema rientra nel discorso precedente: l’appalto allo Stato di quante più funzioni possibili non ha rappresentato l’emancipazione dei popoli quanto la loro schiavitù, esattamente come un adolescente che, volendo liberarsi della pesante tutela dei genitori, affidasse loro quante più mansioni possibili. Se i popoli non sono più rivoluzionari, se hanno perso la capacità di sognare lo stravolgimento dell’esistente a favore della loro felicità, ciò è dovuto in prima istanza al fatto che sono stati proprio quei popoli, per ignoranza o codardia, a delegare il compito della rivolta medesima agli stati, tramite il supporto a forze politiche moderate e riformiste. Ancora una volta, colui che aliena le sue facoltà finisce per perderle. E se può far sorridere l’immagine dell’anarcocapitalista che sventola la bandiera del “don’t tread on me” e poi si appella alla pax americana, il rischio è di far sorridere allo stesso modo sventolando il tricolore dell’impero zarista pretendendo che questo impero, nella sua nuova forma putiniana non sia in alcun modo imperialista.

Chi scrive, beninteso, supporta la lotta di Vladimir Putin e del popolo russo in armi nella difesa del suo Kulturraum, ma ne ribalta i giudizi di valore. Tra le poche, ineliminabili, competenze che spettano allo Stato è inderogabilmente quella della sicurezza delle sue frontiere esterne. È per la mancanza di essa che oggi l’Europa si trova sottomessa ai poteri oltreoceanici alla stregua di una nazione coloniale dell’Ottocento. La pratica della felicità, credo di sottolineare l’evidente, necessita di essere protetta, internamente ed esternamente. Per fare questo però, nell’epoca dello sviluppo tecnologico, occorre preservare uno spazio di sovranità esclusivo, continentale (con relativa sfera di influenza) che garantisca i requisiti necessari ai popoli per una vita felice conforme alla propria identità di gruppi e di singoli. La guerra russa all’Ucraina è inquadrabile in tal senso, e volendo ripristinare uno spazio imperiale essa si qualifica al contempo sia come guerra imperialista che come guerra giusta. L’imperialismo russo, finché rimane non solo compatibile ma addirittura propizio all’emersione di un polo europeo indipendente dalla NATO (per emergere come potere autonomo l’Europa abbisogna di pace alle sue frontiere orientali e non di una miriade di stati nazionalisti armati da Washington), va dunque rivendicato. Non serve quindi arrovellarsi sui motivi per i quali la Russia non sarebbe imperialista o aggressiva, è invece ora di cessare l’atteggiamento difensivistico verso le argomentazioni avversarie, e rivendicare pienamente ogni accusa secondo un metro di valore ribaltato, impunemente rovesciato, lasciando gli inermi sacerdoti del diritto internazionale borghese a piangere sui cocci dell’idolo andato in frantumi. Se rivoluzione deve essere allora si cominci a fare piazza pulita di questa miriade di legacci e perbenismi che imprigionano prima di tutti noi stessi, poiché la vittoria arride ai senza scrupoli e l’unico obbiettivo che vale realmente la pena di servire senza scrupoli è la nostra felicità, la cui pratica, libera da qualsiasi vessazione razionalistica ed economicistica, è l’aspirazione che sola può mettere d’accordo tutti gli uomini, a patto che vi sia un’avanguardia rivoluzionaria disposta a rammentarglielo.

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